Il Novecento in un nastro con le voci dei partigiani

Mobilitazione per salvare l’enorme patrimonio di registrazioni raccolte da uno storico novarese [il nostro Cesare Bermani], dalla Resistenza ai canti popolari

Vincenzo Amato
da «La Stampa», “Cultura, società & spettacoli”,
Torino, 16 marzo 2017, pp. 24-25

Cesare Bermani e Marco Philopat

In questa casa affacciata sul Lago d’Orta c’è un ar­chivio unico al mondo. Mezzo secolo di voci regi­strate. Di tutto e di tutti. Le lotte partigiane, ma anche cultura popolare e tradizioni, storie di risaia e di sopravvi­venza nelle terre alte. Voci vi­ve, finite sui nastri prima e sui moderni strumenti di regi­strazione poi. Un prezioso pa­trimonio in cerca di un futuro.

A 80 anni Cesare Bermani, storico, artista, musicista e ri­cercatore novarese, con il suo ar­chivio è un’enciclopedia vivente. Qui a Orta c’è la nostra memoria storica del XX secolo e in parti­colare delle vicende partigiane. In un’epoca in cui tutti parlano, ha passato la vita ad ascoltare, registrare, archiviare.

«L’ho fatto per raccontare la Storia vista dalla parte dei semplici, di chi è stato anche sconfitto», dice guardando dal­la finestra il lago che si tinge dei colori del tramonto. «So­prattutto ho cercato di testi­moniare quel che è accaduto negli ultimi 150 anni attraver­so la storia orale trasmessa da operai e contadini, uomini che hanno fatto la guerra, chi ha vinto e chi ha perso. Perché so­lo così si ricostruisce l’altra storia, che non si trova sui libri di scuola ma nella mente e nel cuore delle persone».

In oltre cinquant’anni Bermani ha percorso tutta l’Italia con il suo registratore. Rac­conti popolari e canti sociali: da quelli dei pastori calabresi alle canzoni religiose del­l’Abruzzo, dalle mondine delle risaie piemontesi agli inni par­tigiani. Ai canti religiosi abruzzesi è stato dedicato l’ul­timo lavoro, Il paese di San Donato, in cui è raccolta la genui­na fede popolare, quella di chi pregava e sperava nel miracolo e poi a volte lo otteneva, o alme­no così pensava. È la cultura orale che sale a bordo in questa specie di zattera di salvataggio di Bermani, la sua casa, i suoi di­schi, i suoi libri, ma soprattutto le sue registrazioni. Questa la teoria base: «I ragazzi a scuola studiano la storia antica, ma di quanto hanno fatto nonni e bi­snonni sanno qualcosa?». Poco, forse nulla. La casa, un museo che passa dai ritratti di Garibaldi e Mazzini alle immagini di Lenin, Stalin e Berlinguer per fini­re con un presepe calabrese e un’immagine di Gesù Cristo so­cialista, è ricca di oltre 50 mila volumi e nastri. Un patrimonio che rischia di andare disperso.

«Noi, però, speriamo che ciò non avvenga», dice Mario Montalcini, presidente del Salone del Libro di Torino e fondatore con Mario Comba di Brains Heritage. «Siamo disponibili a mettere tutta la sua collezione in una filiera che aiuti a valorizzare quanto da lui raccolto e do­cumentato». Sarebbe un modo per rendere un servizio al mondo di ieri e agli eroi della Liberazio­ne che hanno creato l’Italia di oggi. «Ho pubblicato, tra libri, ricerche, raccolte di interventi in convegni e dischi di canti po­polari, più di 2000 opere», ricor­da lo storico novarese. «Non vo­levo si dimenticasse ciò che siamo stati nel recente passato, perché se dimentichiamo il passato ritorna». Bermani ha origini in una famiglia borghese, ma fieramente antifascista: suo nonno, Ernesto, ufficiale di ca­valleria, è ricordato perché di fronte a un ragazzo ucciso a Novara dai nazisti si mise in alta uniforme e andò a portare un mazzo di fiori sulla salma.

«Mi piace ascoltare e pensare che il mondo in cui viviamo sia nato grazie ai sogni», svela Cesare Bermani. «Tra i sognatori mi vengono in mente personaggi come Dario Fo, con il quale ho collaborato nell’opera Ci ragiono e canto, o Pietro Nenni. Soprattutto ricordo una figura che il nostro Paese dovrebbe rivalu­tare: Giovanni Pirelli. Era desti­nato a diventare un grande in­dustriale, lasciò tutto al fratello minore Leopoldo per dedicarsi ai libri, alla cultura popolare».

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I racconti dimenticati che hanno fatto la storia

La storia orale e le sue fonti. Una raccolta di scritti di Bruno Cartosio

Cesare Bermani
Da «Il Manifesto», Roma, 9 marzo 2017, p. 10

Parole scritte e parlate - CopertinaCredo importante, in questo periodo di pericolosa accademizzazione della cosiddetta storia orale, che la Società di mutuo soccorso Ernesto de Martino di Venezia abbia pubblicato Parole scritte e parlate, un volumetto denso di contenuti di Bruno Cartosio nel quale tra l’altro si ricorda come l’allargamento delle fonti storiche alle fonti orali sia stato a lungo avversato proprio dagli accademici (mi è ritornato in mente l’orale di un concorso dove venni sottoposto a un fuoco di fila di domande su chi praticasse la cosiddetta storia orale, quasi fossero stati criminali. Un interrogatorio da fare impallidire l’unico interrogatorio di polizia cui fui sottoposto nel ’69).
Grande merito della nostra generazione di storici è stato proprio questo allargamento delle fonti storiche, sviluppatosi quasi integralmente fuori dalle università.
Il volume prende in considerazione gli intrecci tra fonti scritte e narrazioni orali, i rapporti tra identità e memoria, tra memoria e storia.
Lo storico deve fare uso di tutte le fonti possibili e della loro comparazione. Spesso, per esempio, è difficile stabilire la datazione esatta delle cose che vengono narrate senza l’ausilio delle fonti scritte, benché qualche volta siano queste ad avere datazioni sbagliate. D’altra parte sarebbe difficilissimo ricostruire delle storie di gruppi o organizzazioni se non si fosse ricorsi per tempo a fissare su carta una cronologia degli avvenimenti che li riguardano, ciò che anche è utile a richiamarli alla memoria di chi narra. La ricerca di narrazioni non avviene in vitro ed esse sono influenzate da tutto quello che le circonda. E quindi Cartosio prende, tra l’altro, in considerazione come le culture dominanti e la comunicazione di massa agiscano sui meccanismi collettivi o individuali del ricordo. Le narrazioni, siano fissate con apparecchi audio o video, sono condizionate dal momento e dal luogo in cui vengono fatte, da chi le fa, alla presenza o assenza di determinate persone, dalla maggiore o minore fiducia che si instaura nel rapporto tra chi registra e chi si lascia registrar, ecc.
Identità e memoria sono inoltre cose che, entrambe, si modificano incessantemente nel tempo, in modo diverso da individuo a individuo. Ci sono casi emblematici di mutamento di identità come quelli di Benito Mussolini, da socialista a fascista, o di Nuto Revelli e Giovanni Pirelli, giovani fascisti e ufficiali degli alpini, che la spaventosa esperienza della ritirata di Russia renderà antifascisti e poi partigiani. Ma a volte può essere anche solo la lettura di un libro a modificare il proprio modo di guardare a fenomeni centrali della propria vita. Sono stato sin da giovanissimo comunista ma il mio modo di esserlo si è modificato in senso radicalmente libertario dopo avere letto Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge. Queste grosse o piccole modificazioni della propria identità portano quasi sempre più o meno coscientemente a mutamenti anche della propria memoria.
Sarà inoltre compito dello storico indagare le ragioni che portano a sopprimere o a richiamare alla memoria o a non raccontare fatti di cui si è stati partecipi. Cartosio ne esemplifica alcuni ma le ragioni possono essere le più svariate. Ricordo alcuni deportati che si rifiutavano di raccontare le loro esperienze nei lager perché ritenevano che fossero tali da non poter essere credute da nessuno. E in qualche caso avevano veramente cancellato il ricordo di quelle esperienze. Invece Cino Moscatelli mi pregò di non scrivere del fatto che lui avesse sottoscritto una domanda di indulgenza al prefetto di Vercelli nel luglio 1937, cosa che gli era costata l’espulsione dal Partito. Mi raccontò la vicenda e mi disse: “Mi brucia ancora. Preferirei che tu non la raccontassi, almeno finché sono vivo. Quando sono morto raccontala pure”. Rispettai la sua decisione e solo dopo la sua morte parlai di quella vicenda. Un altro militante comunista non volle raccontarmi da vivo ma mi lasciò in eredità dei brevi appunti con il ricordo di avere appiccato un incendio al cascinale di mio nonno Ernesto. E questo mi viene confermato e precisato dalla “Rimembranza da ufficio commerciale per l’anno 1920”, dove in data 20 aprile mio nonno scrive: “Stamane Alle ore 2 durate lo sciopero dei contadini cominciato il 3 marzo scorso fu incendiato alla Barciocchina il portico sull’aia con un danno peritato il lire 390”.
Insomma fonti scritte e narrazioni orali si illuminano a vicenda.
Nel volume di Cartosio si ricorda poi come un patrimonio di memoria che in un certo momento sembra essere forte e condiviso, in altro momento sembra frazionato o inesistente e in altro momento ancora può tornare alla luce. Gli archivi delle sezioni dell’Industrial Workers of the World vennero distrutti città per città dalle polizie tra il 1917 e il 1921. Quindi oggi sarebbe quasi impossibile farne la storia se non ci fossero stati degli storici che hanno intervistato gli antichi militanti che oltre alla memoria avevano conservato documentazione cartacea. E la storia venne fatta quando negli anni Settanta gli IWW tornarono a interessare storici e militanti. Purtroppo credo di non sbagliarmi dicendo che anche se si volesse fare oggi una storia del PCI vista dal basso e non solo dai dirigenti di spicco si dovrebbe procedere nello stesso modo.
Particolarmente interessante è il capitolo in cui Cartosio traccia la storia della sua famiglia nel periodo della seconda guerra mondiale, indagando – come scrive – “quali sono state le strategie di resistenza, finalizzate a conservare la propria vita e identità, messe in atto individualmente o collettivamente da persone comuni, lavoratrici, antifasciste ma non combattenti? In che modo la piccola cerchia del cortile e del vicinato ha vissuto quegli anni duri e in che modo li racconta? Quali sono le scelte linguistiche e i privilegiamenti emotivi nei racconti? E in quale modo il raccoglitore entra nel rapporto dialogico che presiede alla raccolta della memoria degli individui e che problemi incontra?”.
Debbo dire che questa storia di famiglia è quanto di meglio mi sia capitato di leggere, assieme a Il trattore ad Acquanegra di Gianni Bosio (ristampato recentemente da Postumia di Mantova), sui rapporti tra piccola e grande storia.
Credo che questo volume di Cartosio sia una lettura necessaria per chiunque voglia capire le ragioni di quel ciclo di “storia orale”, apertosi all’inizio degli anni Sessanta e conclusosi alla fine degli anni Ottanta.
Ai giovani ricercatori che affronteranno da ora in poi ricerche sul campo, oltre a ricordare che i colloqui con i narratori debbono essere paritetici, vorrei però dare un consiglio: leggete pure quanto la nostra generazione ha prodotto, forse qualcosa la imparerete, ma ricordatevi che rispetto al mondo in cui noi abbiamo operato tutto è cambiato e la realtà di oggi e ben più complicata di quella degli anni Sessanta. Quindi le vostre ricerche poco avranno in comune con le nostre.
A coloro che invece lavoreranno sugli archivi orali consiglio di ricordare, se vogliono capire quelle narrazioni del passato, con che spirito abbiamo fatto ricerca sul campo e con che criteri le abbiamo raccolte.

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Domenica 2 aprile il de Martino si presenta

Domenica 2 aprile 2017
Il de Martino si presenta

  • Dalle ore 11.00
    Archivi aperti con visita guidata
  • Ore 13.00
    Illustrazione del programma di “InCanto tutto l’anno 2017”
  • Ore 13.15
    Pranzo sociale parlato
    Un’assemblea, un’occasione per incontrare soci, amici, complici, compagni di strada, associazioni. Il pranzo prevede un contributo di 15 euro. Il menù è ancora da definire (lo comunicheremo al più presto) ma la prenotazione è obbligatoria, in sede (055.4211901), per mail o per cellulare (Gabriella: 334.6156412; Laura: 340.3360988).

Durante tutta la giornata sarà presente un grande banchetto con libri, CD, vinili, musicassette, manifesti: le ultime produzioni e il vintage. Ci saranno anche le nuove tessere 2017.

Cogliamo l’occasione per comunicare che da quest’anno c’è una nuova associazione per donare il 5×1000: Io sto col de Martino – onlus: 94255380480

InCanto 2017 tutto l'anno

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Gianni Bosio e “Il trattore ad Acquanegra”

Cesare Bermani

Presentazione del volume di Gianni Bosio Il trattore ad Acquanegra
(Mantova, Biblioteca Baratta, Sala delle Colonne, 28 febbraio 2017, ore 16)

Il trattore ad Acquanegra - Copertina

Gianni Bosio è stato anzitutto un organizzatore di cultura.
Dalla fondazione di «Movimento operaio» (1949) a quella delle «Edizioni Avanti!» (1953), dalla creazione della rubrica «Questioni del socialismo » nell’«Avanti!» (1957) alla fondazione dell’Istituto Ernesto de Martino (1965), egli ha apprestato strutture e strumenti basilari alla storia del movimento operaio, nel contempo lottando per sottrarre – come ha scritto Leo Valiani – «agli eccessi delle requisitorie politiche staliniane la necessaria fase d’incubazione, d’orientamento preliminare degli studi di storia del socialismo»1.
Ha voluto essere “costruttore” più che saggista e la sua immagine è anzitutto quella tracciata da Gaetano Arfé, che a «Movimento operaio» lo ha ricordato così nel Convegno qui a Mantova a lui dedicato: «…c’era tutto un lavoro da fare, un lavoro di scavo, un lavoro di censimento delle fonti, un lavoro di raccolta del materiale, un lavoro anche di elaborazione dei metodi attraverso i quali portare avanti questi studi e i metodi erano innanzitutto quelli classici della storiografia: il filologismo, la ricerca seria, accurata, che per Gianni Bosio diventava addirittura oggetto di culto. Non ho conosciuto nella mia attività di studioso un filologo altrettanto coscienzioso e scrupoloso quanto lo è stato Gianni Bosio. La ricerca di ogni minimo particolare, il controllo di ogni dato di fatto, una scuola di alta filologia. […] L’altra caratteristica era quella che il lavoro della rivista fosse un lavoro collettivo. La firma di Bosio non compare spesso sulla rivista. però dietro a ogni articolo pubblicato, anche dietro alla scheda bibliografica, anche dietro la descrizione di una fonte archivistica, c’è la sua ispirazione, c’è la sua mano, c’è il suo controllo»2.
Questo è Gianni Bosio, sia che diriga le Edizioni Avanti!3, dove per esempio ebbe un ruolo primario nel decollo del Nuovo Canzoniere Italiano e de I Dischi del Sole ma non figura neppure nella redazione della rivista del gruppo, non figura negli spettacoli e solo eccezionalmente firma dei dischi; sia che diriga “Questioni del socialismo”4, rubrica da lui inventata e rapidamente resa da individuale a collettiva, vera e propria rivista autonoma dentro al giornale su questioni teoriche e politiche del socialismo, aperta a tutte le collaborazioni anche tra loro contraddittorie purché innovative e tese al superamento del conformismo stalinista; sia che dia vita all’Istituto Ernesto de Martino come laboratorio che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto «ricreare, raccogliere, ordinare elaborare, utilizzare il complesso delle manifestazioni della cultura orale di tutto il mondo popolare e proletario»5, facendone un organismo di decollo della nascente storia orale italiana, che Bosio e io avremmo preferito definire semplicemente come allargamento delle fonti storiche alle fonti orali, dico semplicemente ma si trattò di una vera e propria rivoluzione negli studi storici, che non solo gli accademici ma anche nostri stretti collaboratori fecero molta fatica a capire e ad accettare (penso a Gaetano Arfé, Gioietta Dallò, Giovanni Pirelli, Arturo Foresti, inizialmente tutti troppo legati alla pagina scritta e all’esperienza di «Movimento operaio» che Gianni si proponeva di superare).
In Giovanni Pirelli, per esempio, che dopo avere letto il mio Pagine di guerriglia si convinse dell’importanza della ricerca orale e prese a praticarla, ci fu inizialmente addirittura la tendenza a utilizzare il disco come se fosse un libro e a usare la voce di illustri politici semplicemente per fare loro leggere delle schede da lui compilate. Penso ovviamente al disco Arrendersi o perire.
Tuttavia la spinta a mettere a punto degli strumenti per potere fare storia del movimento reale, liberandola da mitologie imperanti e durature ben oltre la morte di Stalin nella storiografia italiana, ha però lungamente indirizzato Gianni – in quello che chiamava “il lavoro personale” – più verso la ricerca e la pubblicazione di materiali sconosciuti, di lettere inedite, di rassegne di studi e pubblicazioni, di bibliografie, di mostre iconografiche, di rappresentazioni teatrali , di dischi e di scritti strumentali alla battaglia culturale-politica in atto e meno verso una saggistica di ampio respiro. Pochi sono stati i suoi veri e propri saggi storici , a cominciare da quelli sulla fortuna delle opere e sulla prima fama di Marx in Italia da lui posti in appendice alla ripubblicazione degli Scritti italiani di Marx ed Engels6.
Non che non avesse intenzione di scriverne, ma era in questo frenato dallo scrupolo di costruire dei saggi che fossero veramente utili agli studi e aveva maledettamente poco tempo per farlo.
Negli ultimi anni della sua vita Bosio a volte si lasciava scappare che quando sarebbe stato in pensione avrebbe girato con il biroccino per Acquanegra e avrebbe avuto molto tempo da dedicare ai suoi studi e ai suoi saggi.
Ma il tipo di attività politico-culturale che ha svolto e la morte prematura glielo hanno impedito.
Le due ricerche metodologiche più importanti che aveva iniziato – la Storia del marxismo in Italia fino al ’92 (ricerca non più ripresa dagli anni Cinquanta), e Il trattore ad Acquanegra7 (di quest’ultimo lavoro stava invece occupandosi negli ultimi mesi della sua vita, dopo esserselo trascinato dalla fine degli anni Cinquanta, strappando letteralmente il tempo alla direzione delle Edizioni Avanti!/del Gallo) – sono rimaste incompiute.
Perciò, quando nell’agosto del 1971 Gianni morì, uno dei problemi che ci trovammo davanti fu appunto quello dei suoi scritti progettati e non pubblicati.
Il più urgente lavoro parve a Clara e me l’ampliamento dell’Intellettuale rovesciato, perché riguardava gli «interventi e ricerche sulla emergenza d’interesse verso le forme di espressione e di organizzazione “spontanee” nel mondo popolare e proletario», cioè una tematica di grande attualità in quel momento, legata a organismi nel pieno del loro rigoglio, Il Nuovo Canzoniere Italiano e l’Istituto Ernesto de Martino. Gianni pensava di ripubblicarlo con l’aggiunta di 7 nuovi scritti. Clara e io pensammo che invece fosse corretto pubblicare tutto quanto aveva scritto in argomento e aggiungemmo altri 14 scritti. Nell’edizione che uscì nel 1975, lo portammo così da 16 a 37 scritti. Altri 7 scritti aggiunsi io all’ultima edizione, portandoli a 44. E in appendice riportai anche due scritti con Roberto Leydi che Gianni aveva scartato dalla pubblicazione perché frutto di una collaborazione, all’epoca della loro stesura, logisticamente imperfetta, perché permettevano di capire meglio alcune delle ragioni che avevano portato alla rottura del Nuovo Canzoniere Italiano.
Tra gli scritti aggiunti decidemmo di pubblicare in testa Iniziative e correnti negli studi di storia del movimento operaio 1945-1962, cui Gianni teneva molto ma che aveva previsto di collocare in un volume assieme ai saggi su Carlo Cafiero, Luigi Musini e sull’occupazione delle fabbriche. Nell’incertezza che quest’ultimo libro non si riuscisse a pubblicarlo (del resto riuscii a convincere Odradek a farlo molto tardi, solo nel 2002), decidemmo di metterlo in testa a L’intellettuale rovesciato, la cui edizione del ’75 divenne uno dei libri di culto della nuova generazione di allora.
Solo nell’81 riuscimmo a pubblicare Il trattore ad Acquanegra, con la De Donato di Bari, grazie all’amicizia con Giuseppe Vacca, che allora la dirigeva. Ci illudemmo per un momento che lì avremmo potuto pubblicare tutte le opere di Gianni Bosio, ma purtroppo poco dopo la De Donato fallì.
Il “trattore” era incompiuto ma straordinariamente importante e quindi ci demmo da fare per mettere in grado il lettore di poterlo capire malgrado l’incompiutezza.
Il sottotitolo «piccola e grande storia in una comunità contadina» fu proposto da Dante Bellamio. Era senza dubbio azzeccato e venne subito accettato da tutti ma forse, col senno di poi, riduttivo rispetto al contenuto, un’analisi delle trasformazioni strutturali in agricoltura dall’Unità d’Italia agli anni Settanta del Novecento; la storia, non meccanica, delle variazioni politiche via via intervenute e la descrizione del mutare corrispondente dei mezzi di comunicazione collettivi e di massa.
Dico riduttivo anzitutto perché il libro sembrava prendere avvio da un suggerimento di Nello Rosselli, che nel 1937 aveva notato come «bellissimo tema in particolare sarebbe la storia di un piccolo centro provinciale che abbia sentito, per tempo, l’influenza o il contraccolpo della propaganda socialistica […]. La storia di dieci o dodici paesi di provincia, a economia agraria o industriale o marittima, del Nord, del Centro e del Sud, di pianura o di montagna, questa storia, narrata su fonti autentiche, senza intenzioni di “rivendicazione”, non ci fornirebbe forse un materiale prezioso per la più grande storia d’Italia negli ultimi tre o quattro decenni del secolo passato?».
Poi perché Gianni si trovò qui per la prima volta nella storia degli studi alle prese con la necessità di inventare una nuova metodologia storica che contemplasse l’uso delle narrazioni orali, come tipiche espressioni di elaborazione collettiva o di massa. In esse Bosio aveva visto la possibilità di andare oltre l’esperienza di “movimento operaio”, cosa che gli stava a cuore e diceva spesso. Aveva intuito che questa era la strada per fare un libro dove si vedevano camminare per la strada gli uomini in carne e ossa. E direi che nei capitoli più felici del libro questo si è verificato.
Poiché il libro cresce nel corso di una dozzina d’anni che furono di grande movimento e di acquisizione di esperienze rapidamente bruciate e superate è interessante notare nel libro come Bosio trasformi dai primi capitoli che stende (La belle époque di Acquanegra e La società per bene) agli altri (si veda soprattutto L’epoca delle Canelade) l’utilizzo delle testimonianze dirette, sia pure utilizzate con una spregiudicatezza inconsueta per i tempi, da appuntate e non registrate e con i testimoni sollecitati come fossero depositari di memorie storiche, sorta di archivi viventi, a quelle registrate e dove la ricerca investe tutta la loro vita e cultura, avendo ormai acquisito «che tutti i momenti comportamentali del mondo popolare sono egualmente importanti e non solo i momenti ma anche le persone»8.
 Ed è questo un modo di fare ricerca diverso e lontano anni luce da quello di Roberto Leydi e degli impallinati dal folk revivalismo americano, in cui il colloquio con il testimone è ben raramente paritetico e globale, ma tutto incentrato sulla ricerca dei canti.
Per cui, nel periodo di decollo del Nuovo Canzoniere Italiano, ci furono due modi apparentemente simili ma in realtà diversissimi che coabitarono fianco a fianco e che finirono per approdare a esiti tra loro lontani, l’uno verso l’etnomusicologia e la musica, con forte propensione all’accademismo, l’altro verso una storia globale della classe operaia e contadina, con intenso utilizzo delle narrazioni orali e con particolare interesse per l’organizzazione, cioè la strumentazione dell’offesa e della difesa del movimento proletario e per una storia viva che faceva vivere e quasi valicava i propri confini per diventare politica, cioè linfa per nuova storia, come si esprimeva Bosio.
 Straordinario è tra l’altro il modo con cui Bosio razionalizza anche le fonti orali formalizzate (proverbi, canti ecc.) nel bellissimo capitolo Le stagioni dell’uomo nelle stagioni dell’anno immettendole in un preciso momento storico, ciò che spazza via tutte le noiosissime elencazioni e pseudo-razionalizzazioni dei folkloristi nei contenitori “dalla culla alla bara”. Molto ricche nel volume le indicazioni sull’uso delle narrazioni orali al fine delle ricostruzioni storiche, che permangono attualissime.
Quali sono stati gli interventi del curatore?
Fatta un’ampia nota introduttiva intitolata “Il trattore ad Acquanegra” nella vicenda politica e culturale di Gianni Bosio, al fondo sono state riportate le fonti, la loro collocazione e gli interventi del curatore.
Per quel che riguarda le fonti desidero informare che i materiali che erano in possesso di Laura Conti, cioè i verbali manoscritti della Società operaia maschile di mutuo soccorso, sono ora conservati presso la Fondazione Micheletti di Brescia. E il Fondo Bosio di Milano è ora conservato presso l’Istituto de Martino di Sesto Fiorentino.
Per quel che riguarda i miei interventi i più importanti sono stati nei capitoli Dal trattore al cavallo, che era dattiloscritto in forma lacunosa, il che mi ha obbligato a rifare l’iter di Bosio all’Archivio di Stato di Mantova, e l’elaborazione dei dati forniti dal Catastino (originale) di Acquanegra del 1784 mi ha portato a precisare e integrare quella originaria di Bosio. La parte riguardante il censimento dei possessi del 1844 era ancora in stesura manoscritta e l’elaborazione dei dati tratti dal Nuovo catastino del Comune di Acquanegra era assai approssimativa e ho quindi dovuta rifarla ex novo. Il capitolo era comunque per fortuna sviluppato quasi per intero. Mancavano però le indicazioni delle fonti utilizzate e quindi ho dovuto ricostruirle.
Nel capitolo Le stagioni dell’uomo nelle stagioni dell’anno c’era qualche lacuna riguardante inserimenti previsti da volumi o di canzoni con indicazione della versione da inserire. Il modo di operare questi inserimenti ha avuto necessariamente qualche margine di arbitrio. Si è inoltre riportato nel testo solo parte dei rimedi citati dal Maioli per le malattie dei buoi perché è sembrato che questa fosse l’intenzione di Bosio, riportando però in nota i rimedi cancellati o non riportati nell’ultima stesura, che figuravano invece in quella precedente.
 L’indicazione delle fonti utilizzate era stata lasciata manoscritta in forma schematica e lacunosa, comunque utile per la ricostruzione ex novo di esse.
La società per bene era in forma definitiva, anche se con qualche piccola lacuna, facilmente integrata. Mancava però dell’indicazione delle fonti utilizzate, che ho quindi ricostruito.
Il capitolo La Resistenza, Bosio incominciò a pensare di aggiungerlo verso il ’65 e a pochi giorni dalla sua morte era ancora in prima stesura. Qui l’unico mio intervento riguarda la ricostruzione della testimonianza di Archinto Usberti fatta con spezzoni di dialogo tratti da tre conversazioni registrate da Bosio.
Questi appunti di Bosio sono comunque sufficienti a spiegarci l’idea che Bosio aveva di cosa dovesse essere la Resistenza, cioè una «resistenza che concepiva la lotta armata come uno dei mezzi per un rinnovamento più generale il quale si situava anche allo sbocco della lotta armata, ma che doveva farsi avanti anche durante la lotta armata, durante l’occupazione tedesca». Una resistenza che sostituiva alla concezione della lotta armata dimostrativa la lotta di liberazione integrale, ma che comunque non aveva prevalso. Per cui Bosio ricordava mal volentieri quel periodo.
L’ultimo capitolo, L’integrazione nella società di massa, Bosio non fece a tempo a stenderlo. Fortunatamente però aveva lasciato alcune note manoscritte datate 16 giugno 1970 che spiegavano che cosa avrebbe dovuto essere.
Qui in particolare avrebbe dovuto concludere il tema dell’evolversi e frantumarsi della cultura coerentemente all’evolversi e al frantumarsi della comunità contadina di Acquanegra sul Chiese. dimostrando come la società contadina venisse privata dei vantaggi della civiltà contadina e conquistata alle insuperabili contraddizioni del capitalismo industriale, il quale riduce la campagna a uno dei settori produttivi interni al proprio sviluppo.
In questo modo il volume, benché non finito ma ricco di spunti e di idee innovative, ci sembrò che potesse essere pubblicato.
Io il “Trattore”l’ho ben tenuto presente nella seconda edizione del mio Pagine di guerriglia, la cui prima edizione, fermatasi al primo volume, uscì 3 giorni dopo la morte di Gianni. Quando dal 2000 al 2004 uscì l’edizione completa io tenni conto di come Gianni aveva utilizzato le narrazioni orali nel “trattore” e ristesi in modo diverso e più esteso che nella prima edizione i racconti che avevo introdotto nei quattro volumi che formano quel mio lavoro.
Poi, in concomitanza con l’uscita del “Trattore”, grazie a Gianluigi Arcari editore e alla Lega di Cultura di Piàdena, pubblicammo gli Scritti dal 1942 al 1948. Da “Noi giovani” a “Quarto Stato”.
In seguitio, nel 2002, in concomitanza con il convegno 1971-2001: l’eredità culturale e politica di Gianni Bosio, uscì da Odradek il volume I conti con i fatti. Saggi su Carlo Cafiero, Luigi Musini, l’occupazione delle fabbriche.
Quest’ultimo saggio era la dimostrazione che, anche per merito del lavoro compiuto negli anni sessanta assieme a Renzo De Felice, Alfonso Leonetti e Michele Salerno negli Strumenti di lavoro/Archivi del mondo operaio, i “fatti”si imponevano ormai nella storia stessa del PCI.
Infine nel 2007 è apparso presso le edizioni Kurumuny il volume Gianni Bosio Clara Longhini 1968 una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea, Clara Longhini.
Questo libro mi obbliga a chiudere con una nota polemica. L’etnomusicologo Goffredo Plastino e i suoi allievi fanno un gran parlare di Alan Lomax e delle sue registrazioni fatte in Italia. E citano poi al massimo, per quel che riguarda l’Italia, Ernesto de Martino e Diego Carpitella, qualche volta ma sempre più raramente Roberto Leydi. E nel recente libro di Plastino La musica folk9, Bosio è ricordato solo per i saggi ripudiati scritti assieme a Leydi. Io mi permetto di fare loro presente che le registrazioni e le fotografie di Gianni Bosio e Clara Longhini non hanno nulla da invidiare a quelle di Alan Lomax, la cui ricerca di canti in funzione di lavoro ha trovato proprio nel lavoro di Gianni e Clara una coerente prosecuzione. E ritengo che Goffredo Plastino e allievi sarebbe ora che se ne accorgessero.

Note

1 Leo Valiani, Introduzione a Questioni di storia del socialismo, Nuova edizione accresciuta e aumentata, Torino, Einaudi, 1975, p. XIII.

2 Gaetano Arfé, L’esperienza di “Movimento operaio” in Bosio oggi: rilettura di un’esperienza, a cura di Cesare Bermani, Mantova, Provincia di Mantova – Biblioteca archivio – Casa del Mantegna – Istituto Ernesto de Martino, s.d. [ma 1985], p. 127.

3 Si veda in proposito: Luciano Della Mea, La ricerca di base nel lavoro delle Edizioni Avanti! in Bosio oggi ecc., cit., pp. 41-45; Gianni Bosio, Giornale di un organizzatore di cultura (27 giugno 1955 – 27 dicembre 1955), Milano, Edizioni Avanti!, 1962, pp. 172.

4 Si veda Stefano Merli, Bosio e le “Questioni del socialismo” in Bosio oggi ecc., cit., pp. 111-121; per il contributo personale di Bosio alla rubrica si veda il medesimo volume alle pp. 183-220.

5 Gianni Bosio, L’intellettuale rovesciato. Interventi e ricerche sulla emergenza d’interessi verso le forme di espressione “spontanee” nel mondo popolare e proletario (gennaio 1963 – agosto 1971), a cura di Cesare Bermani, Milano, Istituto Ernesto de Martino/ Jaca Book, 1998, p. 243.

6 Karl Marx, Friedrich Engels, Scritti italiani, a cura di Gianni Bosio, con un’appendice sulla fortuna delle opere e sulla prima fama di Marx in Italia. Roma, Samonà e Savelli, 1972, pp. 288. L’opera uscì postuma ma Bosio ne aveva curata la ripubblicazione.

7 Si veda Gianni Bosio, Il trattore ad Acquanegra. Piccola e grande storia in una comunità contadina, a cura di Cesare Bermani. Bari, De Donato, 1981, pp. LIII-284.

8 Dalla presentazione di Gianni Bosio al libro di Cesare Bermani, L’Altra cultura. Interventi, rassegne, ricerche, riflessi culturali di una milizia politica (1962-69). Milano, Edizioni del Gallo, “Strumenti di lavoro// archivi delle comunicazioni di massa e di classe 14”, marzo 1970. Primo anno culturale Chianciano, 24 settembre 1970. Registrazione convervata nel Fondo Ida Pellegrini, Istituto Ernesto de Martino, Sesto Fiorentino.

9 Milano, Il Saggiatore, 2016.

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La festa di Piadena: 24-25-26 marzo 2017

Festa della Lega di Cultura di Piadena 2017 - Cartolina

Quest’anno la Lega di Cultura di Piadena compie 50 anni.

La festa ormai dura tre giorni, sarà ancora più bella e vorremmo più partecipata: il concerto al teatro, la proiezione di film, la presentazione del libro Il muro di Piadena 1997-2017, il convegno, la festa della domenica con i canti alla stesa.
Andate sul sito della Lega: c’è il programma completo della tre giorni, compresi gli indirizzi utili per pernottare in zona.

Ovviamente ci sarà anche il nostro Istituto Ernesto de Martino con il “banchino” con dischi, cd, libri, riviste, musicassette e sopratutto con le nuove tessere per l’anno 2017.

Speriamo di vedervi in tanti!

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