Genti età luoghi

Istituto Ernesto de Martino
Archivio Fotografico Toscano
Dryphoto – Arte contemporanea

Culture in movimento
Storia e memoria dei nativi e dei migranti

Genti età luoghi
Fotografia: terreno d’incontro per il paese che sarà

Prato, 25 novembre – 9 dicembre 2006

In una prospettiva di globalizzazione quale l’attuale, che tende ad annullare le differenze ed eliminare le separazioni, si pone per le società occidentali un problema importante: la presenza dell’altro non più geograficamente lontano, ma tra noi; qualcuno con cui conviviamo e ci confrontiamo giornalmente; l’altro è diventato il nostro vicino. In questo contesto i temi della memoria e della identità, intesi come momenti della dialettica sociale, sono soggetti a una radicale revisione. È una trasformazione mentale che ci impone di cogliere e registrare i cambiamenti in atto che direttamente ci investono e modificano il senso e le prospettive del nostro vivere.
L’Archivio Fotografico Toscano, nato oltre vent’anni fa come servizio del Comune di Prato per recuperare le raccolte fotografiche storiche, nel convincimento che la fotografia intesa come “patrimonio” sia un bene fondamentale per il recupero e la conservazione della memoria, ma anche e soprattutto per conoscere i contenuti sui quali si radicano l’identità e la cultura di una comunità, ha maturato ben presto la consapevolezza che la conservazione della memoria e la definizione dell’identità culturale sono un progetto che investe passato e presente. Lo ha fatto registrando a suo tempo le profonde trasformazioni urbanistiche che a Prato hanno segnato il trasferimento delle fabbriche dal centro cittadino alla periferia, lo fa oggi sottoponendo a riflessione la convivenza con l’altro, con chi è culturalmente diverso per abitudini e costumi di vita. Riscoprire e conservare la memoria, al di là di facili e inutili folclorismi che pur non mancano, significa recuperare le origini da dove traggono forza e alimento i valori che reggono il nostro vivere, significa ridare linfa alla cultura stessa.
La fotografia, fin dalle sue origini, è segnata dall’attenzione per il diverso, per l’ignoto, la scoperta dell’altro, del lontano, in tutte le varie accezioni che i termini possono indicare e suggerire. L’altro e il diverso possono essere anche coloro che ci stanno accanto ma vivono situazioni che non sono le nostre, tuttavia il concetto di altro e di diverso è piuttosto labile; più preciso forse il concetto di lontano, che rimanda a connotazioni geografiche: tutto ciò che si colloca distante da noi, l’ignoto che in parte ci intimorisce in parte ci incuriosisce. Nel far conoscere l’altro, avvicinandocelo, facendo scomparire quelli che in partenza erano elementi negativi legati alla percezione della diversità, la fotografia ha avuto indubbiamente un ruolo di primo piano; mostrandolo, ha di fatto trasferito nella sfera della razionalità e della comunicazione quello che agiva, negativamente, a livello di inconscio e irrazionale; ha dato spazio e voce alla solidarietà.
La partecipazione dell’Archivio Fotografico Toscano al progetto Culture in movimento – storia e memoria dei nativi e dei migranti, attraverso l’insieme delle iniziative di Genti età luoghi. Fotografia: terreno d’incontro per il paese che sarà, realizzate in compartecipazione con Dryphoto – Arte contemporanea e l’Istituto Ernesto de Martino, si colloca in questa prospettiva, nella sola forma che compete alla fotografia: dando visibilità alla presenza e alle forme in cui essa si manifesta.
Due sono le linee che hanno caratterizzato l’intervento e l’intero progetto: la prima tesa a recuperare la dimensione dell’altro ricostruendo una sorta di percorso che riunisce fatti, persone ed eventi che lo ricollegano alla sua e alla nostra storia; la seconda tesa ad avvicinarlo e conoscerlo nella sfera privata e in quella pubblica: come si rapporta e come vive la città che oggi lo ospita e domani forse diverrà anche sua, ma anche come i nativi la vivono, e come tutti la trasformano. Questi obiettivi il progetto ha inteso realizzare attraverso forme diverse: le mostre (Viaggio nelle famiglie e Vivere a Prato), che in parte utilizzano materiali preesistenti in parte materiali espressamente prodotti; il laboratorio (Senza dimora fissa); la didattica (Percorsi di educazione multiculturale). Quest’ultima in particolare si colloca su un terreno già praticato dall’Archivio, che nella fotografia ha individuato lo strumento utile per facilitare la conoscenza tra i ragazzi, superando anche le difficoltà legate alla lingua.

I risultati di questa lunga elaborazione che ha visto impegnati i vari soggetti fin dalla scorsa estate, oltre che nelle mostre, necessariamente temporanee, vengono presentati anche con modalità più durature a documentazione del lavoro svolto, qui online e nella più tradizionale forma dell’opuscolo.

Viaggio nelle famiglie della città multietnica
Fotografie di Filippo Zambon
Monash University Prato Centre, Palazzo Vaj, via Pugliesi 26

Viaggio nelle famiglie della città multietnica è un percorso fotografico nella città che si rinnova e che nel confronto con culture “altre” riconsidera la propria identità. Un incontro con l’intimità quotidiana delle famiglie di migranti che hanno scelto Prato come nuova dimora. Il “mondo” è arrivato a Prato e Prato sta cambiando; si sta trasformando in luogo di scambio, in un melting-pot di culture in movimento.

«Nativi e migranti si trovano a coabitare e per tutti cambia il modo di vivere la città e il rapporto con il contesto culturale di riferimento; nel confronto si influenzano e in questo modo si modificano molte abitudini. A me interessava soprattutto entrare in relazione con i miei nuovi concittadini. Ho avuto l’opportunità di conoscere alcuni gruppi familiari e anche di cogliere i segni del mutamento che si sta verificando nelle loro tradizioni e nei loro costumi.
Le famiglie fotografate in questo progetto hanno deciso di condividere la loro quotidianità, di mostrarsi, di suscitare in chi osserva l’interesse a conoscerli, o anche semplicemente di comunicare la loro presenza»

Filippo Zambon

Vivere a Prato
Fotografie di Andrea Abati a cura di Alba Braza Bolis
Ars Libandi Osteria, via dell’Accademia 49 (Prato China Guide)
Mercerie Panci, via Garibaldi 10 (Gente del Corno d’Africa)
Caffè del Centro, via Garibaldi 65 (Viaggi di migranti)
Centro Psycheros, via Dante 10 (Orizzonti)

I momenti espositivi che costituiscono Vivere a Prato ci mostrano diversi aspetti del rapporto immigrati/città attraverso una selezione di lavori fotografici realizzati nell’ultimo decennio, periodo fortemente segnato da una massiccia immigrazione extraeuropea.

«Conosco Andrea da una vita e molti dei lavori da lui realizzati negli ultimi vent’anni mi hanno particolarmente impressionato, sempre per ragioni diverse, ma comunque riconducibili all’originalità di un taglio fotografico duro, diverso, difficile da accettare per chi è abituato alle immagini accattivanti delle riviste, ma che a una lettura più attenta tradisce la tensione morale dell’autore, l’indignazione verso la violenza dell’uomo, la pietà nei confronti delle sue debolezze, della sua fragilità, del suo dolore e l’amore per gli ultimi, come i bambini abbandonati, gli immigrati, i “matti” e la gente comune immersa nell’anonimato delle attività quotidiane. Nel suo percorso artistico, con la sua maniacale attenzione rivolta a ogni traccia che i mutamenti sociali provocano nel tessuto urbano, Abati ha incontrato il mondo dei nuovi immigrati stranieri fino dai primi anni ’90.
Dopo una prima operazione che vedeva protagonisti gli immigrati delle ex-colonie italiane dell’Africa orientale e, a parte lo stile fotografico, affrontata in termini piuttosto convenzionali, le operazioni successive colpiscono per l’assoluta originalità e intelligenza. Infatti, vediamo in Viaggi di migranti, insieme ai lavori di Abati, le immagini che gli stranieri hanno portato in Italia dai loro paesi di origine, dove le foto della famiglia lontana, con la loro struggente malinconia, si sovrappongono alla storia politica e religiosa di quei luoghi e allo stesso tempo diventano un patrimonio di documentazione visiva della nostra società. Ed ecco il Calendario 1995, realizzato per il Gruppo giovani industriali di Prato, dove le foto degli stranieri sono realizzate all’interno delle loro abitazioni, insieme ai familiari, nelle pose e con gli abiti scelti da loro stessi, in situazioni di ostentata normalità, contrapponendosi alla tendenza più comune e consumata di contestualizzare l’immigrato in ambienti il più esotici possibile, estraniandoli da una realtà profondamente caratterizzata dai segni della nostra società che li accoglie. L’operazione di Una città che cambia realizzata con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato ha visto alcuni poster di grandi dimensioni affissi nei luoghi più importanti della città, e la sua efficacia è testimoniata dal ricordo che ha lasciato, ancora vivo anche in ambienti marginali e lontani dalle fonti d’informazione»

Celso Bargellini
da Andrea Abati e l’immigrazione, ottobre 2003

Senza dimora fissa
A cura di Dryphoto – Arte contemporanea
(Andrea Abati, Augusto Buzzegoli, Stella Carbone,
Alessandro Colzi, Valentina Lapolla, Luca Sguanci)
Vetrina e Piazza Urp, Urp Multiente Comune, Provincia,
Prefettura piazza del Comune, Corso Mazzoni

Senza dimora fissa è un laboratorio temporaneo e sperimentale sul rapporto fra pratiche artistiche e contesto urbano, un punto di partenza per disegnare una mappa della città dei molti.

«Le città diventano sempre più luogo di transito e di transizione, nuovi cittadini, nuovi abitanti. È sempre più indefinibile chi siano i veri abitanti, i nativi (forse prossimi migranti) o gli immigrati di ieri (forse nativi di domani). Impossibile capire chi deve chiedere cittadinanza (e a chi chiederlo), chi siano i cittadini (veri) della (nuova) città che stiamo costruendo. Nella zona intorno al mio studio, la situazione, anche per la profonda trasformazione di ruolo del settore industriale storico, il tessile, è ancora più accentuata: le funzioni e gli abitanti mutano incessantemente.
L’arte entra sempre più nelle pratiche sociali, portandoci le sue lucide visioni, con filosofie e utopie concrete. La pratica artistica è una delle modalità che contribuisce alla definizione (e formazione) di una società in transizione. Sono sempre più numerosi gli eventi che nascono fuori da cornici deputate, esterni spesso anche a gallerie e spazi alternativi; reinventano pratiche collettive e/o intervengono direttamente nel sociale, nella sfera politica (produzione di visioni ideali di progetti di vita, scelte di percorsi strategici necessari). L’artista può abbandonare il concetto di opera e pensare che attivare pratiche artistiche nella sfera pubblica sia prioritario, una necessità imprescindibile. Diventa necessario avviare percorsi su identità/appartenenza – singolarità/moltitudine.
La pratica laboratoriale (condividere) si sostituisce alla produzione (di opere), rendendo inutile, forse, anche il concetto stesso della necessità di produrre (opere)»

Andrea Abati (Prato, maggio 2006)

Percorsi di educazione multiculturale
A cura della Sezione didattica dell’Archivio Fotografico Toscano
Ideazione e coordinamento di Daniela Meacci
Interventi di Fabrizio Trallori e Mario Chieffo

Alì Babà e i quaranta ladroni e Sulle tracce di Marco Polo
Mostra di elaborati degli alunni della scuola primaria Leonardo da Vinci
e secondaria di I° Conservatorio S. Niccolò

Aula didattica Assessorato alla Cultura, via S. Caterina 17

Con i Percorsi di Educazione multiculturale, attività rivolta a bambini e ragazzi della scuola dell’obbligo, si è cercato di stimolare nei bambini il desiderio di aprirsi alla cultura “degli altri” attraverso un approccio interdisciplinare capace di far acquisire familiarità con il mondo fantastico dell’oriente fiabesco e con alcuni aspetti della storia e delle tradizioni di popoli lontani. Le opportunità di indagine sono state individuate in alcune storie tratte da Le Mille e una notte, testo fondamentale della cultura araba, e in una rivisitazione fantasiosa del viaggio di Marco Polo descritto nel Milione.
Le attività proposte, che hanno fatto leva sia sulla partecipazione attiva degli insegnati quanto sul coinvolgimento diretto dei genitori, si sono rivelate efficace stimolo per i bambini che hanno partecipato con entusiasmo e hanno svolto con interesse e curiosità ricerche e approfondimenti. Il clima costruttivo, scaturito dalla sinergia di risorse umane che sono state attivate, ha avuto una duplice valenza: è riuscito a fornire a ogni partecipante, bambino o adulto, l’opportunità di approfondire nuove forme espressive e comunicative, sperimentando nuovi modi per interagire con gli altri, e a favorire al tempo stesso una riflessione sui vantaggi e l’arricchimento che l’apertura a un confronto positivo e non conflittuale con la cultura di altri paesi può offrire.

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