Una tragedia epocale in musica

Paolo Barcella
da «Il Manifesto», Roma, 12 maggio 2016, p. 11

"Nel 1917 voliamo la pace"

Alle numerose ricerche prodotte in oc­casione dell’anniversario della Grande Guerra si è recentemente aggiunto un libro curato da Cesare Bermani e Antonella De Palma. Si tratta del volume E non mai più la guerra. Canti e racconti del ’15-18 (So­cietà di mutuo soccorso Ernesto De Marti­no, Venezia): centoquaranta pagine, dense e agili, accompagnate da due CD, dal chiaro va­lore documentario, con le quali gli autori re­stituiscono, attraverso la raccolta dei canti dei soldati (e la riproposizione e analisi dei testi), uno spettro dei loro sentimenti, met­tendone in luce le traversie e le difficoltà, le prese di posizione politiche e le contraddizioni. I due CD contengono le preziose re­gistrazioni originali dei canti, raccolti dagli stessi curatori o da studiosi e ricercatori italiani che, a partire dagli anni Sessanta, si sono distinti proprio nel lavoro di recupero di storie, canzoni, narrazioni popolari, contribuendo in maniera decisiva alla scrittura di un’importante pagina della sto­ria culturale delle classe lavoratrice italia­na – si parla, tra gli altri, di Emilio Jona, Ser­gio Liberovici, Michele Straniero, Quinto Antonelli, Franco Castelli, Alessandro Por­telli, Amerigo Vigliermo.

Bermani e De Palma mostrano, anzitutto, come nel canto le esperienze individuali tra­scendessero se stesse fino a diventare discor­si collettivi, memorie comuni musicate e pronunciate dai soldati al fronte allo scopo di costruire e trasmettere il ricordo di una tragedia epocale, contribuendo a metaboliz­zare il quotidiano contatto con la morte. I te­sti delle canzoni assumevano spesso la for­ma di lettera, lo strumento attraverso il qua­le negli anni della guerra, milioni di uomini e di donne poco o per nulla alfabetizzati im­pararono a comunicare.

Nelle strofe sono costantemente descritti gli scenari a cui ogni soldato sentiva di appartenere, cioè quelli segnati dalla mancan­za dei propri cari, dal dolore per le perdite dei compagni, dalla paura di non tornare. Talvolta, nel canto, la voce narrante è quella di un uomo già morto, di uno spettro che si rivolge ai vivi dall’oltretomba: «I miei gigli son piccolini / loro andran sempre mendi­cando / loro stan sempre ad aspettare / il ri­torno del suo papà. / Suo papà è morto in guerra / suo papà è morto in guerra / seppelli­to in quella terra / e mai più lo rivedrem».

Intrappolato tra le linee di trincea, il solda­to esorcizzava e insieme celebrava così la propria fine, resa più familiare dagli esisti di ogni battaglia, e dettava, in un grande rito collettivo, la recitazione del proprio testa­mento spirituale, nel quale poteva rientrare un’indicazione, approssimativa perché sim­bolica, del luogo della propria sepoltura.

Accanto alla rassegnazione, trovavano spa­zio la rabbia e il desiderio di ribellione. Nei canti, il mondo dei soldati appariva connota­to dalla loro comune appartenenza di clas­se, Il «noi» di soldati lavoratori che morivano in guerra si contrapponeva al mondo dei si­gnori, degli studenti o degli intellettuali, che avevano voluto quella stessa ecatombe: «Ma la colpa son degli studenti / che la guerra lor l’hanno voluta / e hanno messo l’Italia nel lutto / per molti anni dolor si sentirà»; «Quei vigliacchi dei signori / la credevano una pas­seggiata / ed invece l’han sbagliata / quei vi­gliacchi dei signor». Erano sentimenti espres­si con parole di gente comune, contrapposizioni costruite con gradi di elaborazione ideologica molto variabile, talvolta istintive, in cui si sintetizzavano le comuni esperienze della sottrazione e della privazione.

Anche le voci dei disertori e del desiderio di fuga trovano posto nel canzoniere di guer­ra, accanto al grido di chi vedeva nei diserto­ri dei vigliacchi. Colpisce come nell’uno e nell’altro caso la rappresentazione del diser­tore mettesse spesso al centro del discorso la donna, simbolo d’assenza e desiderio: «O regazzine belle, amate i disertori / copriteli di baci / non sono traditori» era l’invito di chi sognava la fuga e la considerava un diritto. Per contrasto, «O vigliacchi che voi ve ne sta­te / con le mogli sui letti di lana», era l’accusa di chi si sentiva in dovere di rimanere al fron­te, per senso d’onore.

Questi e molti altri sono i temi toccati at­traverso le canzoni di cui Bermani ripercor­re le storie, indicando gli informatori che gli consentirono di registrarle e andando al­la ricerca dei rapporti di discendenza e di fi­liazione tra questi e altri canti prodotti nel corso di conflitti precedenti, come il disa­stro militare dell’Amba Alagi del 1895 o la guerra di Libia.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmailFacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail