Il Novecento in un nastro con le voci dei partigiani

Mobilitazione per salvare l’enorme patrimonio di registrazioni raccolte da uno storico novarese [il nostro Cesare Bermani], dalla Resistenza ai canti popolari

Vincenzo Amato
da «La Stampa», “Cultura, società & spettacoli”,
Torino, 16 marzo 2017, pp. 24-25

Cesare Bermani e Marco Philopat

In questa casa affacciata sul Lago d’Orta c’è un ar­chivio unico al mondo. Mezzo secolo di voci regi­strate. Di tutto e di tutti. Le lotte partigiane, ma anche cultura popolare e tradizioni, storie di risaia e di sopravvi­venza nelle terre alte. Voci vi­ve, finite sui nastri prima e sui moderni strumenti di regi­strazione poi. Un prezioso pa­trimonio in cerca di un futuro.

A 80 anni Cesare Bermani, storico, artista, musicista e ri­cercatore novarese, con il suo ar­chivio è un’enciclopedia vivente. Qui a Orta c’è la nostra memoria storica del XX secolo e in parti­colare delle vicende partigiane. In un’epoca in cui tutti parlano, ha passato la vita ad ascoltare, registrare, archiviare.

«L’ho fatto per raccontare la Storia vista dalla parte dei semplici, di chi è stato anche sconfitto», dice guardando dal­la finestra il lago che si tinge dei colori del tramonto. «So­prattutto ho cercato di testi­moniare quel che è accaduto negli ultimi 150 anni attraver­so la storia orale trasmessa da operai e contadini, uomini che hanno fatto la guerra, chi ha vinto e chi ha perso. Perché so­lo così si ricostruisce l’altra storia, che non si trova sui libri di scuola ma nella mente e nel cuore delle persone».

In oltre cinquant’anni Bermani ha percorso tutta l’Italia con il suo registratore. Rac­conti popolari e canti sociali: da quelli dei pastori calabresi alle canzoni religiose del­l’Abruzzo, dalle mondine delle risaie piemontesi agli inni par­tigiani. Ai canti religiosi abruzzesi è stato dedicato l’ul­timo lavoro, Il paese di San Donato, in cui è raccolta la genui­na fede popolare, quella di chi pregava e sperava nel miracolo e poi a volte lo otteneva, o alme­no così pensava. È la cultura orale che sale a bordo in questa specie di zattera di salvataggio di Bermani, la sua casa, i suoi di­schi, i suoi libri, ma soprattutto le sue registrazioni. Questa la teoria base: «I ragazzi a scuola studiano la storia antica, ma di quanto hanno fatto nonni e bi­snonni sanno qualcosa?». Poco, forse nulla. La casa, un museo che passa dai ritratti di Garibaldi e Mazzini alle immagini di Lenin, Stalin e Berlinguer per fini­re con un presepe calabrese e un’immagine di Gesù Cristo so­cialista, è ricca di oltre 50 mila volumi e nastri. Un patrimonio che rischia di andare disperso.

«Noi, però, speriamo che ciò non avvenga», dice Mario Montalcini, presidente del Salone del Libro di Torino e fondatore con Mario Comba di Brains Heritage. «Siamo disponibili a mettere tutta la sua collezione in una filiera che aiuti a valorizzare quanto da lui raccolto e do­cumentato». Sarebbe un modo per rendere un servizio al mondo di ieri e agli eroi della Liberazio­ne che hanno creato l’Italia di oggi. «Ho pubblicato, tra libri, ricerche, raccolte di interventi in convegni e dischi di canti po­polari, più di 2000 opere», ricor­da lo storico novarese. «Non vo­levo si dimenticasse ciò che siamo stati nel recente passato, perché se dimentichiamo il passato ritorna». Bermani ha origini in una famiglia borghese, ma fieramente antifascista: suo nonno, Ernesto, ufficiale di ca­valleria, è ricordato perché di fronte a un ragazzo ucciso a Novara dai nazisti si mise in alta uniforme e andò a portare un mazzo di fiori sulla salma.

«Mi piace ascoltare e pensare che il mondo in cui viviamo sia nato grazie ai sogni», svela Cesare Bermani. «Tra i sognatori mi vengono in mente personaggi come Dario Fo, con il quale ho collaborato nell’opera Ci ragiono e canto, o Pietro Nenni. Soprattutto ricordo una figura che il nostro Paese dovrebbe rivalu­tare: Giovanni Pirelli. Era desti­nato a diventare un grande in­dustriale, lasciò tutto al fratello minore Leopoldo per dedicarsi ai libri, alla cultura popolare».

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