Bosio, indagine aperta sulle classi subalterne

Di Michele Nani, da «il manifesto», 14 settembre 2017

Novecento. «Il trattore ad Acquanegra»: la riedizione di un lavoro di ricerca incompiuto che scandagliava le classi operaie e raccontava la fine delle comunità di campagna

Gianni Bosio, Lucignano, luglio 1967 - Foto di Clara Longhini

Da qualche tempo aveva rimesso mano a una ricerca alla quale teneva molto, ma si ritrovò ricoverato all’ospedale di Mantova per un pericoloso attacco di peritonite. Non sarebbe stato dimesso: Gianni Bosio non aveva ancora compiuto 48 anni quando morì il 23 agosto del 1971. Alcuni capitoli del libro al quale stava lavorando, che avrebbe dovuto tracciare la storia del suo paese natale dal Settecento al Novecento, come processo di dissoluzione della comunità contadina e delle sue culture, erano stati pubblicati nel corso degli anni Sessanta, altri erano dattiloscritti e restavano molti quaderni, materiali e documenti. Grazie allo straordinario lavoro di Cesare Bermani Il trattore ad Acquanegra fu dato alle stampe, per i tipi baresi di De Donato, nel 1981, a dieci anni dalla scomparsa dell’autore. La copia anastatica della prima edizione, integrata da altri scritti e immagini, viene ora riedita per il meritorio impegno di un sodalizio culturale mantovano, l’Associazione Postumia di Gazoldo degli Ippoliti, un paese a pochi chilometri da Acquanegra.

Figlio di un fabbro socialista, Bosio aveva partecipato da giovane alla Resistenza e poi si era impegnato nel partito socialista e in un’attività culturale inesauribile. Nel 1949 aveva fondato la rivista Movimento operaio, che divenne subito la più autorevole sede della ricerca storica sulle classi subalterne italiane. Estromesso nel 1953 dalla direzione del periodico, dopo una polemica con gli storici comunisti che avrebbero voluto una maggiore attenzione alla storia generale, cioè nazionale, Bosio non rinunciò all’indagine circostanziata sulle culture di classe, che gli era valsa le accuse di corporativismo e filologismo.
Sodale di Raniero Panzieri, dal 1957 si allontanò da un Psi in via di convergenza con la Dc verso il «centro-sinistra», ma continuò la ricerca e l’organizzazione culturali: con Il Nuovo canzoniere italiano (dal 1962, con Roberto Leydi), le Edizioni del Gallo (dal 1964), l’edizione di fonti storiche e infine nel 1966 la costituzione dell’Istituto Ernesto De Martino, tuttora attivo, come allora, «per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario». Il trattore ad Acquanegra è prodotto delle stesse inclinazioni e polemiche: mostrare il farsi del presente attraverso la storia di una vicenda localissima, indagata con un novero allargato di documenti. Alle fonti a stampa e d’archivio, Bosio univa le testimonianze orali e i testi della cultura popolare, pazientemente raccolti con ricerche bibliografiche, interviste e registrazioni. Ne usciva un quadro ricchissimo, lasciato incompiuto dalla morte dell’autore. I capitoli sulla Resistenza e sull’«integrazione nella società di massa» sono appena abbozzati, ma delineano i capisaldi interpretativi della ricerca.

L’aporia finale della società contadina dopo il 1945, priva di una sua «civiltà» e «cultura», apriva a un quadro a noi familiare: l’agricoltura serva delle logiche del capitale e quasi residuale; l’emigrazione e l’inurbamento che spopolano le campagne; il governo locale, quand’anche di sinistra, senza progetto alternativo e capace al più di smorzare le contraddizioni più dolorose.

Il libro in realtà prende le mosse dalla «belle époque» primo-novecentesca di un paese divenuto socialista grazie alla lunga resistenza della piccola proprietà contadina e alle trasformazioni artigianali e commerciali postunitarie, coronate infine da un’effimera industrializzazione. La radicalizzazione, massimalista e poi comunista, apportata da guerra e dopoguerra andò incontro a contraddizioni interne, alla crisi industriale e all’incursione degli squadristi dai paesi vicini. L’amministrazione fascista depauperò le risorse comunali e tagliò i servizi, accompagnando l’emigrazione verso le città. Acquanegra tornava agricola e recuperava, in chiave di sopravvivenza ma anche di sorda opposizione, modi di vita e culture contadine, estranee all’universo socialista.
La sopravvivenza di questi elementi spinse Bosio a rintracciarne il profilo all’indietro, sulle fonti sette e ottocentesche che restituivano l’immagine di un paese composto di famiglie possidenti, di piccola e piccolissima proprietà, caratterizzato da un sostanziale autogoverno e da una cultura autonoma, radicata nei processi produttivi agricoli e nelle relazioni sociali rurali.

Le riforme settecentesche e poi postunitarie avevano avviato la progressiva erosione di questa comunità contadina da parte dello Stato e del mercato. Il caso è peculiare: ad Acquanegra non si forma, se non tardivamente, la grande azienda capitalistica che segna altre aree del Mantovano e non si ingrossa il bracciantato protagonista in quelle terre del primo grande movimento sociale nelle campagne italiane, la «boje» degli anni Ottanta dell’800. Invece Società operaia, circoli democratici e poi primo socialismo sono all’origine di un’esperienza «comunalista», nutrita dai primi tasselli di modernità immessi nel contesto locale, poi distrutta dal fascismo e dallo «sviluppo» postbellico.

Quasi mezzo secolo ci separa dalla morte di Bosio, un secolo scarso dalla sua nascita, eppure il suo lascito è ancora vivo per chi si interessa alle storie, alle culture e alla politica delle classi subalterne. Gruppi e associazioni, insegnanti e classi scolastiche, seminari e laboratori universitari possono trovare ne Il trattore ad Acquanegra lezioni di metodo, ragioni politiche e un modello per ricerche locali, che preparino un altro domani attraverso lo studio della formazione del nostro cattivo presente.

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