I racconti dimenticati che hanno fatto la storia

La storia orale e le sue fonti. Una raccolta di scritti di Bruno Cartosio

Cesare Bermani
Da «Il Manifesto», Roma, 9 marzo 2017, p. 10

Parole scritte e parlate - CopertinaCredo importante, in questo periodo di pericolosa accademizzazione della cosiddetta storia orale, che la Società di mutuo soccorso Ernesto de Martino di Venezia abbia pubblicato Parole scritte e parlate, un volumetto denso di contenuti di Bruno Cartosio nel quale tra l’altro si ricorda come l’allargamento delle fonti storiche alle fonti orali sia stato a lungo avversato proprio dagli accademici (mi è ritornato in mente l’orale di un concorso dove venni sottoposto a un fuoco di fila di domande su chi praticasse la cosiddetta storia orale, quasi fossero stati criminali. Un interrogatorio da fare impallidire l’unico interrogatorio di polizia cui fui sottoposto nel ’69).
Grande merito della nostra generazione di storici è stato proprio questo allargamento delle fonti storiche, sviluppatosi quasi integralmente fuori dalle università.
Il volume prende in considerazione gli intrecci tra fonti scritte e narrazioni orali, i rapporti tra identità e memoria, tra memoria e storia.
Lo storico deve fare uso di tutte le fonti possibili e della loro comparazione. Spesso, per esempio, è difficile stabilire la datazione esatta delle cose che vengono narrate senza l’ausilio delle fonti scritte, benché qualche volta siano queste ad avere datazioni sbagliate. D’altra parte sarebbe difficilissimo ricostruire delle storie di gruppi o organizzazioni se non si fosse ricorsi per tempo a fissare su carta una cronologia degli avvenimenti che li riguardano, ciò che anche è utile a richiamarli alla memoria di chi narra. La ricerca di narrazioni non avviene in vitro ed esse sono influenzate da tutto quello che le circonda. E quindi Cartosio prende, tra l’altro, in considerazione come le culture dominanti e la comunicazione di massa agiscano sui meccanismi collettivi o individuali del ricordo. Le narrazioni, siano fissate con apparecchi audio o video, sono condizionate dal momento e dal luogo in cui vengono fatte, da chi le fa, alla presenza o assenza di determinate persone, dalla maggiore o minore fiducia che si instaura nel rapporto tra chi registra e chi si lascia registrar, ecc.
Identità e memoria sono inoltre cose che, entrambe, si modificano incessantemente nel tempo, in modo diverso da individuo a individuo. Ci sono casi emblematici di mutamento di identità come quelli di Benito Mussolini, da socialista a fascista, o di Nuto Revelli e Giovanni Pirelli, giovani fascisti e ufficiali degli alpini, che la spaventosa esperienza della ritirata di Russia renderà antifascisti e poi partigiani. Ma a volte può essere anche solo la lettura di un libro a modificare il proprio modo di guardare a fenomeni centrali della propria vita. Sono stato sin da giovanissimo comunista ma il mio modo di esserlo si è modificato in senso radicalmente libertario dopo avere letto Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge. Queste grosse o piccole modificazioni della propria identità portano quasi sempre più o meno coscientemente a mutamenti anche della propria memoria.
Sarà inoltre compito dello storico indagare le ragioni che portano a sopprimere o a richiamare alla memoria o a non raccontare fatti di cui si è stati partecipi. Cartosio ne esemplifica alcuni ma le ragioni possono essere le più svariate. Ricordo alcuni deportati che si rifiutavano di raccontare le loro esperienze nei lager perché ritenevano che fossero tali da non poter essere credute da nessuno. E in qualche caso avevano veramente cancellato il ricordo di quelle esperienze. Invece Cino Moscatelli mi pregò di non scrivere del fatto che lui avesse sottoscritto una domanda di indulgenza al prefetto di Vercelli nel luglio 1937, cosa che gli era costata l’espulsione dal Partito. Mi raccontò la vicenda e mi disse: “Mi brucia ancora. Preferirei che tu non la raccontassi, almeno finché sono vivo. Quando sono morto raccontala pure”. Rispettai la sua decisione e solo dopo la sua morte parlai di quella vicenda. Un altro militante comunista non volle raccontarmi da vivo ma mi lasciò in eredità dei brevi appunti con il ricordo di avere appiccato un incendio al cascinale di mio nonno Ernesto. E questo mi viene confermato e precisato dalla “Rimembranza da ufficio commerciale per l’anno 1920”, dove in data 20 aprile mio nonno scrive: “Stamane Alle ore 2 durate lo sciopero dei contadini cominciato il 3 marzo scorso fu incendiato alla Barciocchina il portico sull’aia con un danno peritato il lire 390”.
Insomma fonti scritte e narrazioni orali si illuminano a vicenda.
Nel volume di Cartosio si ricorda poi come un patrimonio di memoria che in un certo momento sembra essere forte e condiviso, in altro momento sembra frazionato o inesistente e in altro momento ancora può tornare alla luce. Gli archivi delle sezioni dell’Industrial Workers of the World vennero distrutti città per città dalle polizie tra il 1917 e il 1921. Quindi oggi sarebbe quasi impossibile farne la storia se non ci fossero stati degli storici che hanno intervistato gli antichi militanti che oltre alla memoria avevano conservato documentazione cartacea. E la storia venne fatta quando negli anni Settanta gli IWW tornarono a interessare storici e militanti. Purtroppo credo di non sbagliarmi dicendo che anche se si volesse fare oggi una storia del PCI vista dal basso e non solo dai dirigenti di spicco si dovrebbe procedere nello stesso modo.
Particolarmente interessante è il capitolo in cui Cartosio traccia la storia della sua famiglia nel periodo della seconda guerra mondiale, indagando – come scrive – “quali sono state le strategie di resistenza, finalizzate a conservare la propria vita e identità, messe in atto individualmente o collettivamente da persone comuni, lavoratrici, antifasciste ma non combattenti? In che modo la piccola cerchia del cortile e del vicinato ha vissuto quegli anni duri e in che modo li racconta? Quali sono le scelte linguistiche e i privilegiamenti emotivi nei racconti? E in quale modo il raccoglitore entra nel rapporto dialogico che presiede alla raccolta della memoria degli individui e che problemi incontra?”.
Debbo dire che questa storia di famiglia è quanto di meglio mi sia capitato di leggere, assieme a Il trattore ad Acquanegra di Gianni Bosio (ristampato recentemente da Postumia di Mantova), sui rapporti tra piccola e grande storia.
Credo che questo volume di Cartosio sia una lettura necessaria per chiunque voglia capire le ragioni di quel ciclo di “storia orale”, apertosi all’inizio degli anni Sessanta e conclusosi alla fine degli anni Ottanta.
Ai giovani ricercatori che affronteranno da ora in poi ricerche sul campo, oltre a ricordare che i colloqui con i narratori debbono essere paritetici, vorrei però dare un consiglio: leggete pure quanto la nostra generazione ha prodotto, forse qualcosa la imparerete, ma ricordatevi che rispetto al mondo in cui noi abbiamo operato tutto è cambiato e la realtà di oggi e ben più complicata di quella degli anni Sessanta. Quindi le vostre ricerche poco avranno in comune con le nostre.
A coloro che invece lavoreranno sugli archivi orali consiglio di ricordare, se vogliono capire quelle narrazioni del passato, con che spirito abbiamo fatto ricerca sul campo e con che criteri le abbiamo raccolte.

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Giorni di resistenza e libertà

Marco Travaglini

Da «L’impegno. Rivista di storia contemporanea», Varallo, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, n. 1, giugno 2016, pp. 131-132

Giorni di resistenza e libertà - CopertinaLa pubblicazione Giorni di resistenza e libertà. Colloqui sulla vita, la morte, la guerra con tre uomini della Beltrami, a cura di Filippo Colombara, edita nel 2015 dall’associazione culturale Società di mutuo soccorso Ernesto de Martino e dalla sezione di Omegna dell’ANPI, contiene le interviste, in gran parte inedite, raccolte più di venticinque anni fa dalle voci di Bruno Rutto, Dario Cola e Bortolo Consoli (Bùrtul). Sono storie partigiane di uomini che salirono in montagna dalla prima ora, attivi nella medesima formazione – dal gruppo patrioti Quarna alla Divisione alpina “Filippo Beltrami” –, che non esitarono a “scegliersi la parte”. Incalzati dalle domande , i tre “vecchi di Camasca”, tutti di Omegna, parlano della Resistenza armata, della vita in banda, dei risvolti tragici della lotta di Liberazione: le morti in combattimento, le stragi di civili, le fucilazioni di spie e di compagni di lotta che, tradendo se stessi, si erano trasformati in banditi.

Nelle loro narrazioni (incise al magnetofono tra il 1981 e il 1984 per Rutto e Cola e tra il 1998 e il 1991 per Consoli, quando l’età anagrafica aveva superato i sessant’anni solo per Bùrtul) si disvelano le peripezie e le difficoltà con le quali il gruppo combattente dovette fare i conti giorno dopo giorno, nelle azioni contro il nemico come nella convivenza con la popolazione, contando sull’aiuto, il sostegno e la solidarietà della popolazione, esacerbata dalla durezza dell’occupazione nazifascista. Un rapporto importante e prezioso, costruito su un equilibrio delicato, che andava preservato con attenzione, tenendo conto che chi aiutava i partigiani si esponeva alla rappresaglia, rischiando la vita e i propri averi. E tutto questo stabilendo chiare norme di comportamento per i partigiani e mantenendo la disciplina all’interno del gruppo, per evitare di compromettere l’efficienza e la sicurezza dell’intera formazione.

I racconti di Rutto, Cola e Consoli affrontano le vicende vissute andando oltre lo spartiacque del 13 febbraio 1944, giorno della battaglia di Megolo, in cui trovarono la morte – sull’altura del Cortavolo – il capitano Filippo Maria Beltrami e undici dei suoi uomini. «Lungo i settant’anni che ci separano da quei fatti – scrive Colombara – sono stati pubblicati libri e centinaia di articoli, con la particolarità di fermarsi al 13 febbraio del ’44. E dopo? Dopo, la guerra della formazione partigiana è continuata per oltre un anno, ma ha avuto poca attenzione storica». Oggi, con le testimonianze raccolte in questo libro, si colma un vuoto, si ripara a quella che a lungo è stata una storia “dimezzata”, con una prima parte conosciuta e pubblica e una seconda appartenente alla memoria dei protagonisti e, in quanto tale, pressoché sconosciuta, debole, difficile da preservare, destinata all’oblio. Tra quel “qualcosa” che si è salvato ci sono queste testimonianze e i colloqui raccolti. Da qui la straordinaria importanza di Giorni di resistenza e libertà, che non solo risarcisce i tre protagonisti, e chi con loro impegnò se stesso in quegli anni di fuoco e di neve per il riscatto del paese da vent’anni di fascismo, ma è anche un importante filo della memoria che è giusto conoscere e far conoscere.

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Una tragedia epocale in musica

Paolo Barcella
da «Il Manifesto», Roma, 12 maggio 2016, p. 11

"Nel 1917 voliamo la pace"

Alle numerose ricerche prodotte in oc­casione dell’anniversario della Grande Guerra si è recentemente aggiunto un libro curato da Cesare Bermani e Antonella De Palma. Si tratta del volume E non mai più la guerra. Canti e racconti del ’15-18 (So­cietà di mutuo soccorso Ernesto De Marti­no, Venezia): centoquaranta pagine, dense e agili, accompagnate da due CD, dal chiaro va­lore documentario, con le quali gli autori re­stituiscono, attraverso la raccolta dei canti dei soldati (e la riproposizione e analisi dei testi), uno spettro dei loro sentimenti, met­tendone in luce le traversie e le difficoltà, le prese di posizione politiche e le contraddizioni. I due CD contengono le preziose re­gistrazioni originali dei canti, raccolti dagli stessi curatori o da studiosi e ricercatori italiani che, a partire dagli anni Sessanta, si sono distinti proprio nel lavoro di recupero di storie, canzoni, narrazioni popolari, contribuendo in maniera decisiva alla scrittura di un’importante pagina della sto­ria culturale delle classe lavoratrice italia­na – si parla, tra gli altri, di Emilio Jona, Ser­gio Liberovici, Michele Straniero, Quinto Antonelli, Franco Castelli, Alessandro Por­telli, Amerigo Vigliermo.

Bermani e De Palma mostrano, anzitutto, come nel canto le esperienze individuali tra­scendessero se stesse fino a diventare discor­si collettivi, memorie comuni musicate e pronunciate dai soldati al fronte allo scopo di costruire e trasmettere il ricordo di una tragedia epocale, contribuendo a metaboliz­zare il quotidiano contatto con la morte. I te­sti delle canzoni assumevano spesso la for­ma di lettera, lo strumento attraverso il qua­le negli anni della guerra, milioni di uomini e di donne poco o per nulla alfabetizzati im­pararono a comunicare.

Nelle strofe sono costantemente descritti gli scenari a cui ogni soldato sentiva di appartenere, cioè quelli segnati dalla mancan­za dei propri cari, dal dolore per le perdite dei compagni, dalla paura di non tornare. Talvolta, nel canto, la voce narrante è quella di un uomo già morto, di uno spettro che si rivolge ai vivi dall’oltretomba: «I miei gigli son piccolini / loro andran sempre mendi­cando / loro stan sempre ad aspettare / il ri­torno del suo papà. / Suo papà è morto in guerra / suo papà è morto in guerra / seppelli­to in quella terra / e mai più lo rivedrem».

Intrappolato tra le linee di trincea, il solda­to esorcizzava e insieme celebrava così la propria fine, resa più familiare dagli esisti di ogni battaglia, e dettava, in un grande rito collettivo, la recitazione del proprio testa­mento spirituale, nel quale poteva rientrare un’indicazione, approssimativa perché sim­bolica, del luogo della propria sepoltura.

Accanto alla rassegnazione, trovavano spa­zio la rabbia e il desiderio di ribellione. Nei canti, il mondo dei soldati appariva connota­to dalla loro comune appartenenza di clas­se, Il «noi» di soldati lavoratori che morivano in guerra si contrapponeva al mondo dei si­gnori, degli studenti o degli intellettuali, che avevano voluto quella stessa ecatombe: «Ma la colpa son degli studenti / che la guerra lor l’hanno voluta / e hanno messo l’Italia nel lutto / per molti anni dolor si sentirà»; «Quei vigliacchi dei signori / la credevano una pas­seggiata / ed invece l’han sbagliata / quei vi­gliacchi dei signor». Erano sentimenti espres­si con parole di gente comune, contrapposizioni costruite con gradi di elaborazione ideologica molto variabile, talvolta istintive, in cui si sintetizzavano le comuni esperienze della sottrazione e della privazione.

Anche le voci dei disertori e del desiderio di fuga trovano posto nel canzoniere di guer­ra, accanto al grido di chi vedeva nei diserto­ri dei vigliacchi. Colpisce come nell’uno e nell’altro caso la rappresentazione del diser­tore mettesse spesso al centro del discorso la donna, simbolo d’assenza e desiderio: «O regazzine belle, amate i disertori / copriteli di baci / non sono traditori» era l’invito di chi sognava la fuga e la considerava un diritto. Per contrasto, «O vigliacchi che voi ve ne sta­te / con le mogli sui letti di lana», era l’accusa di chi si sentiva in dovere di rimanere al fron­te, per senso d’onore.

Questi e molti altri sono i temi toccati at­traverso le canzoni di cui Bermani ripercor­re le storie, indicando gli informatori che gli consentirono di registrarle e andando al­la ricerca dei rapporti di discendenza e di fi­liazione tra questi e altri canti prodotti nel corso di conflitti precedenti, come il disa­stro militare dell’Amba Alagi del 1895 o la guerra di Libia.

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