Giovanni Pirelli: un autentico rivoluzionario

Di Cesare Bermani

Giovanni Pirelli

Giovanni Pirelli

 

Da «L’impegno», a. XXVIII, n. 2, dicembre 2008, © Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. È consentito l’utilizzo solo citando la fonte.

Giovanni Pirelli (Velate, Varese, 1918 – Sampierdarena, Genova, 1973) è stato una delle figure più ragguardevoli della cultura italiana del Novecento.

Nel 1972 ha tracciato un proprio interessante autoritratto in un libro per ragazzi: «Sono nato nello stesso anno in cui è finita la prima guerra mondiale: 1918. Sono nato col caldo, perciò ho aperto gli occhi su alberi e colline di un luogo di villeggiatura, anziché sul fumo della periferia milanese. Nella periferia milanese, innalzando sulla circondante campagna (allora) un gran pennacchio di fumo, era nata, una cinquantina d’anni prima di me, la Pirelli. Devo parlare anche di questo perché le due storie, la sua e la mia, hanno una parte in comune. Se sommiamo i cinquant’anni circa della Pirelli prima che nascessi io e i cinquant’anni (un po’ più) successivi a questo evento, ne vien fuori un centinaio d’anni: un secolo. In un secolo, una famiglia di capitani di industria come quella di cui parlo ha avuto il tempo di diventare dinastia: il fondatore, gli eredi, gli eredi degli eredi. Ed è probabile che in questa dinastia divenuta secolare, si siano verificate delle crepe. Primogenito della terza generazione della dinastia dei Pirelli, ne sono stato la prima grossa crepa»1.

Giovanni è stato infatti il figlio di un grande industriale che ha rinunciato alla direzione della fabbrica, benché destinato dal padre. Questa rottura di una tradizione gerarchica gli ha dato naturalmente molti fastidi, tanto da fargli confessare: «La mia vicenda personale? Mi è tanto uggiosa che non riesco a figurarmi come possa interessare ad altri. Forse è un’uggia che mi viene dall’essere diventato un “caso”. La classe dominante è classista ortodossa. Non ammette tradimenti. L’altra diffida delle acquisizioni. Le strumentalizza, però stenta a crederci»2.

In una lettera dal 1948, quando sta maturando la decisione di lasciare la Pirelli, scrive al padre che si muove alla ricerca della sua via «[…] con piccoli incerti passi, difendendomi da tutte le violenze con cui la vita mi squassa. Difendendomi soprattutto.

Mi difendo dall’ambiente di sospetto in cui vivo in casa, dal conformarmi troppo facilmente alle doviziose condizioni dell’ambiente famigliare: mi difendo d’altra parte dal commettere un gesto polemico di separazione, che rifiuto per ragioni – tu mi dai fede – di natura puramente affettiva. Mi difendo dai compagni e dalle note difficoltà del mio partito che mi spingerebbero ad un più deciso attivismo; mi difendo d’altra parte da te e da coloro che mi chiedono di estraniarmi dalla vita politica. Mi difendo da chi mi vuole sfruttare come compagno, così come da quelli che mi vogliono sfruttare come figlio di papà. Mi difendo da un eccesso di attivismo che mi lede la salute, e mi difendo dall’ozio o dagli svaghi che, dando tempo per pensare, trascinano pericolosamente fuori dalla realtà operante della vita. Mi difendo dal ricordare troppo e dal dimenticare troppo. A tutti questi “mi difendo” posso anche sostituire la frase “cerco un equilibrio”. Lo faccio sotto pressioni interne ed esterne violente e contrastanti. Non è facile, e sono stanco, stanco»3.

Nella campagna elettorale che precede il 18 aprile 1948, quando aderisce (con altri dirigenti dell’azienda) all’assemblea costitutiva del Fronte democratico popolare alla Pirelli Bicocca, viene attaccato come un disertore e un traditore da Indro Montanelli sul «Candido»: «[…] le diserzioni, il passaggio al nemico e l’intelligenza col medesimo costituiscono un delitto molto più grave quando si è in guerra che quando si è in pace. E noi siamo in guerra, sebbene molti italiani abbiano l’aria di non accorgersene»4.

All’ostilità dell’ambiente borghese in cui è cresciuto si assomma l’imbarazzo dei compagni del Partito Socialista di Unità Proletaria. Quando Giovanni cerca di partecipare alle assemblee del nucleo aziendale socialista della Bicocca, gli operai si oppongono perché non vogliono che alle loro discussioni sia presente il figlio del padrone5. Fortunatamente a questo fa da contraltare un atteggiamento più comprensivo del padre e delle sorelle (non però della madre).

Ricorderà ancora, nell’anno precedente alla sua morte, nell’autoritratto scritto per i ragazzi, in modo più distaccato: «La storia della mia vita, dalla guerra in poi, altro non è che la storia di uno – di origine borghese, di formazione intellettuale – che cerca una risposta alla domanda: da che parte sto? Dalla parte dei padroni o dalla parte opposta? Perché, in mezzo, con un piedino da una parte, uno dall’altra, non si può stare. Si barcolla […]. Ho già detto, mi pare, di essere andato a lavorare alla Pirelli, dove mi preparavano perché ne diventassi uno dei capi; e di esserne uscito. Uscirne mi sembrò un grande passo, un passo decisivo. Come un giocatore, mettiamo, che lascia l’Inter ed entra nel Milan, o viceversa. Tutto chiaro: ha cambiato squadra, giocherà nella sua nuova squadra contro la sua vecchia squadra. Ho dovuto invece imparare che, quando non si tratta di squadre di calcio ma di classi sociali, la faccenda è molto, molto complicata. Cambiare indirizzo, mestiere, modi di vita, amicizie sono tutti passi da compiere, passi necessari. Ma non coprono che pochi metri, diciamo chilometri, di un lunghissimo percorso. E c’è da aggiungere questo: che, mentre lo percorri, il mondo dal quale credi di esserti sganciato, le vecchie abitudini, le vecchie amicizie, tutto ti resta appiccicato addosso, ti fa slittare all’indietro. A poco a poco capisci (ma un conto è capirlo, un conto è farlo) che per uscire dalla classe dei padroni, per uscirne veramente, definitivamente, devi trasformarti da capo a fondo»6.

Quella trasformazione gli costò sofferenze e turbamenti psicologici.

Credo che il suo disagio Giovanni lo abbia fissato in uno dei più bei racconti della nostra letteratura del Novecento, L’altro elemento7, terminato nell’agosto 1949, un racconto degno del miglior Camus.

È estate. Un uomo si precipita in mare per bagnarsi. Ma la corrente lo trascina al largo e non gli riesce di tornare a riva. Chiede aiuto ma dalla riva scambiano i suoi gesti per dei saluti, che vengono ricambiati. La terra irraggiungibile diventa simbolo del «cammino che l’uomo vuole lasciare nella sua aspirazione a “un altro elemento”, dove rischierà forse la vita ma dove potrebbe trovare un’esistenza nuova, più reale, essenziale»8.

Si tratta – come ha colto benissimo il suo amico Gigi Nono – di «un’invenzione fantastica sulla propria condizione umana, sulla propria realtà. “L’altro elemento” era proprio lui»9.

Quel racconto suscitò allora, in un clima di realismo di tipo sovietico, delle reazioni negative, anche se Elio Vittorini – parlando de L’altro elemento e di Assassinio nel palazzo di fronte (un racconto tuttora inedito) – difendeva Pirelli scrittore e diceva: «Io le trovo cose di prim’ordine. Poi al di fuori del modo attuale di scrivere che è divenuto retorico»10.

Calvino riconosceva che L’altro elemento aveva «una struttura fantastica solidissima», ma sosteneva che «per principio, credo siano da condannare i racconti sogno»11. Vittorini, oltre a rifiutare il «per principio» messo avanti da Calvino, replicava: «Mi sembra che Pirelli raggiunga il linguaggio che vuol raggiungere. Non d’immagine diretta, non d’impressionismo, ma di ragionamento che mira a illuminare con luce diffusa ed uguale. Come nessuno altro dei giovani di oggi e dei loro maestri»12. E considerava il racconto «un piccolo capolavoro»13.

Comunque Pirelli, scrittore lontano da conformismi letterari, la ebbe durissima per riuscire a pubblicare quel suo capolavoro nella collana einaudiana de “I gettoni”.

Quando poi quel racconto venne pubblicato, Giuliano Manacorda l’avrebbe considerato, nella rubrica “La battaglia delle idee” di «Rinascita» del marzo 1952, tra le «opere assolutamente inutili o addirittura nulle, che non si capisce bene perché siano state scritte e soprattutto perché siano state pubblicate in una collana di cui si aveva ragione di assai bene sperare»14.

E, ciliegina sulla torta, scriveva anche: «Spiace annoverare tra i libri che si poteva fare a meno di scrivere una breve opera di Italo Calvino, Il visconte dimezzato»15.

Comunque il Pirelli letterato non è mai stato preso seriamente in considerazione dai suoi amici, se non forse da Luciano Della Mea, che ne ricordava il rigore di lavoro: «Quando Giovanni lavorava, lavorava con rigoroso metodo: si dava orari precisi e li osservava, si isolava al mattino nel suo studio, e la sera, dopo aver giocato un po’ a ping pong e aver chiacchierato con gli amici (ma aveva spesso ospiti per più o meno lunghi periodi, fra i quali stranieri), si ritirava abbastanza presto per riposare. Mangiava parcamente anche perché accusava malanni digestivi, forse di natura psicosomatica. Beveva volentieri vino e whisky, non mi pare oltre misura […] Comunque almeno per un certo periodo volle, fortissimamente volle scrivere le sue storie, e ad esse dedicava un’attenzione stilistica per me persino eccessiva, cioè la ricerca delle parole e della loro composizione era un punto fermo di applicazione e quindi un lavoro sofferto nel rapporto fra forma e sostanza»16.

Giovanni – scrive Corrado Stajano – «era solito dire che se faceva la conoscenza di due persone, uno gli chiedeva se era il Pirelli delle gomme, l’altro se era il Pirelli delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana […]. Nessuno che gli domandasse se era lo scrittore Giovanni Pirelli, autore di romanzi, di soggetti cinematografici, di cose di teatro, di libri per ragazzi»17. E di questo un po’ si crucciava. Mentre Gianni Bosio se ne meravigliava, perché riteneva anche lui, come molti altri amici, che il grande contributo di Giovanni alla cultura italiana stesse nelle tre raccolte di lettere.

Ma vediamo il momento in cui avviene in Giovanni la rottura e la presa di coscienza che la sua strada è ben altra da quella cui la famiglia l’ha destinato.

Nello scritto autobiografico di cui si è detto Giovanni ricorda: «Quando ero un ragazzo, hai voglia che la contestazione esistesse! C’era Mussolini. Fascista il governo, l’esercito, la magistratura. L’aria che si respirava. Fascista, si capisce la scuola […] Ero un ragazzo, uno come gli altri: che credeva fosse giusto “credere-obbedire-combattere” e si predisponeva a combattere»18.

Ma poi fa l’esperienza della guerra e, a chi gli chiedeva nel 1962 quale fosse la sua «scala di valori morali», rispondeva: «La mia scala? L’ho bruciata. È successo in Russia, c’era la ritirata, faceva freddo. Se ben ricordo, da allora non ho più avuto scale di valori. Come faccio, senza scala di valori, a sapere dove voglio arrivare? In verità non lo so né m’interessa di saperlo»19.

Gli bastava sapere che era possibile una società migliore di questa, con valori meno in contraddizione tra loro, anche se non dimenticava che «è difficile vivere nella realtà della storia, la quale con i nostri sogni personali non ha nulla da spartire»20.

Quindi tra il 1938 e il 1945 avviene la sua non facile presa di coscienza dell’insensatezza della guerra, della corruzione del regime fascista e delle responsabilità della classe dirigente italiana.

Su tutto ciò Giovanni ha scritto delle pagine bellissime, in parte edite e in parte no.

Anzitutto il suo racconto ispirato dalla sua partecipazione alla guerra d’Albania, L’entusiasta (pubblicato, sempre ne “I gettoni”, nel 1958), che racconta la disillusione di un giovane tenente intossicato dalla propaganda nazionalista e militarista di fronte al tracollo italiano del 1941.

Giovanni lo scrisse di getto e la spinta gli venne subito dopo il matrimonio da una visita all’anpi di Belluno dove un alpino, inconsapevole di chi lui fosse, gli raccontò che in Albania era arrivata la notizia che un figlio di Alberto Pirelli era arrivato lì. Tra loro i soldati si erano detti: «Lo facciamo fuori?». Ma l’andamento delle cose lo aveva impedito. Giovanni poté solo rispondere: «Quello ero io»21.

Poi si deve ricordare l’inedito romanzo Luca ed io, che muove dalla traumatica esperienza di Giovanni nel 1942 come ufficiale di collegamento e interprete in Russia al comando ungherese, dove venne a sapere che gli alpini italiani, trincerati presso le rive del Don, stavano per essere attaccati senza potere sperare aiuto da parte di altre truppe. E si trovò ad attraversare le pianure gelate in automobile, sotto gli sguardi d’odio dei soldati appiedati che erano in rotta e cercavano di sfuggire a piedi al nemico.

Secondo me, queste due opere fanno di Giovanni uno dei grandi testimoni del disastro bellico, e lo affiancano per importanza a Nuto Revelli e a Mario Rigoni Stern.

Ancora più importante, data la penuria di testimonianze al proposito e per la posizione da cui lui ha potuto osservare la situazione, è il suo diario inedito sull’esperienza fatta in Germania dalla fine del novembre 1941 come distaccato alle dipendenze del Ministero degli Interni presso la delegazione del Commissariato per la colonizzazione e le migrazioni interne con sede a Berlino all’ambasciata d’Italia. Incaricato di effettuare ispezioni ai campi dei lavoratori italiani della Siemens e della I.G. Farben, sviluppa i primi fermenti critici antifascisti e antinazisti. Vivrà «con l’animo in subbuglio per quello che ho visto della vita degli operai»22. Alcuni appunti stesi per uso personale e inviati al padre sono più che mai eloquenti del suo stato d’animo: «Tolta la civiltà meccanica, quindi collettiva, i tedeschi di Hitler sono ancora ben simili ai Germani di Tacito, sono ancora dei barbari. Barbari. Guardiamo alla crudeltà dei loro metodi, a cui credo, e di cui ho avuto diverse prove tangibili (e assistito in questi giorni a degli episodi rivoltanti nei riguardi degli ebrei) […]. D’altronde, accanto alla disciplina, che effettivamente esiste, anche perché egregiamente controllata, c’è pure molta corruzione. Ne ho già fatto personale constatazione sui rapporti delle porcherie commesse dai capicampo sui generi vari e viveri provenienti dall’Italia. […] Ho sorriso qualche mese fa, leggendo una frase di Churchill: “Se la Germania dovesse vincere, l’Europa ritornerebbe alla barbarie del Medioevo”. Oggi sorrido molto meno».23

Sarà tanto schifato da quello che vede da chiedere di andare in Russia, dove brucerà definitivamente la sua scala di valori e sarà pronto per entrare nella Resistenza. Sfuggito fortunosamente alla cattura da parte dei tedeschi in Francia, non sarà un “partigiano del lancio”, come si chiamavano gli arrivati negli ultimi giorni. Sarà invece un partigiano a tutto tondo: in Val d’Aosta comincia a collegare certi suoi modi di sentire al comunismo e letture, contatti, esperienze successive lo rendono «l’ultimo pretesto del mio esistere, forse non solo in ordine cronologico»24.

Rientrato a Milano alla Pirelli, tiene rapporti con i partigiani del Torinese e dell’Oltrepò pavese, e agli inizi del 1945 raggiunge la val Chiavenna, entrando nella 90a brigata Garibaldi “Zampiero” come commissario politico con il nome di battaglia di “Pioppo”, data la sua conformazione longilinea. Il comandante della brigata, Pietro Porchera, ha ricordato i dubbi sollevati dall’arrivo di un ex ufficiale dell’esercito, dissolti peraltro nel giro di qualche giorno perché “Pioppo” si era subito acclimatato al tipo di organizzazione partigiana e al modo di condurre la lotta. Gli era rimasto impresso un episodio: «Il 26 aprile ci trovavamo alla capanna Bertacchi, sopra Madesimo, vicino al passo di Angegola, per proteggere un campo allestito per un promesso lancio di rifornimenti da parte degli Alleati. Attendevamo un attacco fascista già preannunciato, e poiché Giovanni aveva la broncopolmonite, disposi che fosse trasportato in zona sicura. Ma a scontro appena iniziato, Giovanni saltò letteralmente dalla barella e tornò indietro per partecipare all’azione. Il giorno dopo partecipò alle trattative per la resa del presidio fascista e tedesco di Chiavenna avvenuta il 27 aprile»25.

Finita la guerra, Giovanni torna a lavorare in Pirelli sino al 1948. Dopo la Liberazione farà da tramite con il padre Alberto, nascostosi a Roma perché minacciato di arresto prima ed epurazione poi, adoperandosi per discolparlo dalla accusa ingiusta di essere stato ministro con Mussolini mossagli dal clnai e dal prefetto di Milano Riccardo Lombardi26; poi sarà impiegato di prima categoria, responsabile di un reparto di produzione alla Bicocca, facendo conoscenza delle dinamiche del mondo operaio; soprattutto si occuperà del Centro culturale Pirelli, dell’ufficio stampa e della rivista «Pirelli», su cui scrive con lo pseudonimo di Franco Fellini.

Ricorda Vittorio Sereni, che fu collaboratore della rivista: «Della rivista, fino a quando se ne occupò – credo fino a tutto il ’55 -, Giovanni se ne occupava sul serio, non ne sottovalutava la funzione, caso mai cercava di darle un carattere e un senso. Aveva in proposito una ben chiara idea nella mente: che sempre meno la rivista dovesse essere uno di quegli inutili organi aziendali che illustrano la “facciata”; e meno ancora un giocattolo più o meno di lusso; che sempre più dovesse precisarsi, cercar un pubblico, una zona di lettori e non di gente che la sfogliasse, costituire insomma un servizio. Nasceva da questo orientamento la serie di inchieste con cui la rivista “Pirelli” si è pur fatto qualche merito nella vita pubblica, nel promuovere un’opinione su determinati problemi. In non molto tempo, ma non senza fatica, Giovanni era riuscito a rendere tutti quanti persuasi che la strada da lui indicata era quella giusta; e caso mai, anche in questa direzione, sapeva essere al momento opportuno elemento frenante rispetto alla faciloneria e alle improvvisazioni. Spesso appariva come un uomo in cui il dubbio fosse prevalente, ma questo non era che l’effetto del suo senso critico e autocritico sviluppatissimo, tale da escludere che ci si potesse imbarcare in un’impresa se tutti gli elementi non ne fossero prima chiari, se non fossero insomma garantite la serietà e la pertinenza. Non appena si passava al contorno, era sorprendente la sua agilità nell’adottare un punto di vista diverso, nel fare concessioni sorridenti e a volte ammirative al richiamo dell’immaginazione e dell’estro del tale o talatro collaboratore della rivista, scrittore o pittore o grafico o fotografo»27.

Ma già il 7 maggio 1946, al momento del ritorno in fabbrica del padre, Giovanni gli aveva comunicato la decisione di iscriversi al Partito Socialista di Unità Proletaria.

A Milano frequenta assiduamente la libreria Einaudi di via Filodrammatici, dove si trovavano le forze di sinistra e passavano i più diversi uomini di cultura, da Paul Éluard a Ernest Hemingway a John Steinbeck. Gli amici di Giovanni sono in particolare Angelo Ephrikian, celebre direttore d’orchestra già partigiano, lo scrittore Elio Vittorini, il libraio già partigiano Vando Aldrovandi28. È in questo clima di vive discussioni politiche e culturali di tono sufficientemente eretico che si sveglia in Giovanni il letterato.

Con Mario Apollonio e Paolo Grassi partecipa alle discussioni che porteranno al “Teatro del Broletto”, ossia il Piccolo Teatro della Città di Milano, ed è tra i promotori della Casa della Cultura. Dal novembre 1948 sarà a Napoli a frequentare i corsi dell’Istituto per gli studi storici fondato da Benedetto Croce, un’esperienza infelice perché Croce gli rifiuterà una ricerca sulla prima guerra mondiale, che riteneva ancora temporalmente troppo vicina. Lavorerà allora con Federico Chabod al tema “Francesco Crispi e la dissoluzione del Partito socialista nel 1894”.

Di quel periodo Giovanni sarebbe tornato a parlare nel giugno del 1956 in una lettera al padre: «[…] ricordo quella esperienza come un periodo di fervida e appassionata iniziazione ad un nuovo tipo di interessi e di attività. Resta tuttavia il fatto che da un lato non ho affrontato di petto l’esperienza letteraria e dall’altro lato ho maturato degli interessi estranei a quell’esperienza. Così, mentre l’attività letteraria volgeva – esaurito il primo slancio del “giovane scrittore” – ad uno stadio di crisi, invece di portarla alle sue estreme conseguenze per trarne le necessarie indicazioni, mi “sistemavo” in un lavoro di ricerca storica. Qui, nuove difficoltà. Mi venivo rendendo conto della mancanza di quel tirocinio che sono gli studi universitari, della estrema debolezza della mia preparazione generale, e via dicendo. Le parti si invertivano, tornavo al lavoro letterario come al solo che potessi affrontare senza sentire il peso di una formazione culturale che era stata orientata, al tempo dell’università, verso così diversi fini. Queste alternative ed incertezze mi ponevano in una situazione di “disponibilità” per cui finivo con l’occuparmi di tante cose ed in ultima analisi di nulla. […] In questa confusione s’è inserito e sviluppato il solo filone di attività discretamente continuativa che congiunge quegli anni al presente, e cioè le ricerche sulla Resistenza»29.

Condotte con rigorosa filologia, quelle ricerche erano quindi debitrici certo più a Federico Chabod, soprattutto a «Movimento operaio» e al suo direttore Gianni Bosio, che non a Benedetto Croce. Infatti Giovanni entra nella redazione di «Movimento operaio», l’unica iniziativa a quell’epoca organizzata sulla storia del movimento operaio italiano, a partire dal quinto numero del febbraio 1950. Sulla rivista, che riunisce i più importanti storici di allora, scriverà poco, ma come redattore invierà puntualmente a Bosio lettere in cui sottoporrà ad analisi e critica ogni numero della rivista sino al 1953, quando Bosio sarà estromesso dalla direzione di «Movimento operaio».

Le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea vanno, secondo me, considerate anche come una realizzazione dell’orientamento teorico di «Movimento operaio», teso a congiungere “piccola storia” e “grande storia”.

Nel 1950 e 1952 Giovanni scriverà anche vari articoli sull’«Avanti!».

Nel 1951 si stabilisce a Roma, dove milita nella corrente di Rodolfo Morandi, che ricorderà come uomo di grande moralità. Quell’anno segue anche l’amico Raniero Panzieri nella campagna elettorale in Sicilia.

Nel 1952 fa parte del gruppo di storici e militanti (Gaetano Arfé, Gianni Bosio, Stefano Cannarsa, Livia Carletti, Franco Catalano, Gioietta Dallò, Mario Dal Prà, Angelo Dina, Arturo Foresti, Luciana Marchetti, Franca e Marinella Marinelli, Anna Morisi, Franco Pedone, Adele Rimini, Nicola Teti, Giancarlo Vicinelli, Maurizio Vitale) che propone alla direzione del psi una monumentale cronologia del partito socialista e del movimento operaio, primo tentativo di tracciare un profilo organico della storia del movimento socialista in Italia. Il lavoro si arrestò per la burocratica diffidenza di Lucio Luzzato, che con Gianni Bosio e Giovanni Pirelli (quest’ultimo coordinatore dell’esile équipe romana) era incaricato di sovrintendere al progetto che, come già l’orientamento di «Movimento operaio», finiva per scontrarsi con la problematica storiografica elaborata dal Partito comunista, che sottovalutava la prima fase autoctona e libertaria del movimento socialista nel nostro paese e svalutava l’esperienza del Partito socialista nelle sue tradizionali componenti riformista e massimalista30.

Negli anni immediatamente successivi Giovanni sarà con Panzieri e Bosio impegnato in una battaglia contro la “partiticità della cultura” e per l’autonomia della ricerca culturale.

È a fianco di Panzieri, che ne è il responsabile, nella sezione cultura e studi del Partito socialista, dove Ester Fano lo ricorda impegnato a tentare di arginare il genio e la sregolatezza di Panzieri e – come credo in ogni organismo in cui ha militato – a mediare e trattare con i dirigenti, a cercare finanziamenti, pubblicità, ecc.

L’organizzazione della cultura proposta allora da Panzieri «è, nelle forme diverse, l’organizzazione in istituti, autonomi e controllati, di lavoro collettivo che abbiano una funzionalità sociale nella determinazione dei contenuti, nella democratizzazione degli strumenti e dei mezzi di ricerca e di comunicazione e di penetrazione a tutti i livelli del corpo sociale: nella estinzione della “classe speciale” degli intellettuali e cioè nella divisione del lavoro, in quanto estinzione del “privilegio” privato e dell’impotenza sociale dell’intellettuale […]; nella proposta di ricerche collettive che impegnano a un tempo ad una conoscenza della realtà ed a una partecipazione politica determinante dell’azione, condizione insieme di egemonia e di autoeducazione; nella proposta, infine, di un nuovo costume intellettuale e scientifico, non più individualistico, separato, inorganico, ma coordinato e consapevole della nuova realtà economico-sociale e delle esigenze di integrazione sociale»31.

Nel 1953 si sposa in Campidoglio con Marinella Marinelli alla presenza di pochi amici perché, ricorderà la moglie, «Giovanni Pirelli sposa una comunista! Impensabile per troppi; inaccettabile, per la sua famiglia»32.

Come si è già accennato, Giovanni dedicherà alla Resistenza una parte importante della sua produzione storica e letteraria.

Anzitutto, nel momento della prima canea antiresistenziale scatenata da Mario Scelba e dalla Democrazia Cristiana, raccoglierà con Piero Malvezzi le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana33 e poi le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea34. Documentare che il movimento di liberazione era fortemente radicato in vasti strati della popolazione e che si lottava non solo per scacciare i tedeschi ma con la speranza di vedere sorgere una società profondamente diversa da quella fascista aveva in quel momento grande importanza politica.

Rivolgendosi ai ragazzi Pirelli scriveva: «Qui si tratta di gente in carne ed ossa, di fatti della vita. Si tratta, proprio come di fronte ai fatti di ogni giorno, di compiere un processo di conoscenza, di riflessione, di discussione critica; per chiarirci le idee, per acquistare maggiore consapevolezza di cosa siamo e di cosa vogliamo. […] Che cosa accadeva in quegli anni? In quali condizioni quelle donne, quegli uomini, quei ragazzi si trovarono a vivere? Perché e per che cosa morirono? Se non si vuole discutere a vuoto, occorre addentrarsi in quella realtà, fare la conoscenza di quei personaggi, individui come me e come voi, spesso poco più adulti di voi, ascoltare ciò che essi hanno da dirci. Man mano, poi, vi si chiarirà la differenza tra chi subì gli avvenimenti e chi compì delle scelte, si assunse rischi e responsabilità; tra chi compì le sue scelte per una raggiunta consapevolezza e chi agì per uno slancio istintivo, sentimentale e morale; tra chi fu sorretto da idee tradizionali – il patriottismo, l’amore verso il prossimo, la ricompensa nell’aldilà – e chi si fece portatore di idee, programmi, prospettive nuove, rivoluzionarie. Alla fin fine, di distinzione in distinzione, emergerà questa cosa meravigliosa che è l’individualità; il fatto, cioè, che ognuno di noi non è unico, distinto da ogni altro, che ognuno di noi può dare un senso alla propria vita, può portare un contributo suo, a un’esistenza migliore per tutti. E, nello stesso tempo, si comporrà nella vostra mente il ritratto vivo di un’epoca; tempo di infamie e di orrori, ma anche di passione, di generosità, di fiducia nell’uomo e nella storia»35.

Pirelli, presentando il lavoro all’Università popolare di Milano, affermava giustamente che quelle lettere «insegnano ad aver fiducia negli uomini e nella storia, insegnano a vivere, ad amare l’amore, a riconoscere i beni che abbiamo sottomano, gli affetti familiari, l’amicizia, e la nostra casa, le vie delle nostre città, la minestra nella zuppiera, il giardino fiorito, le montagne»36.

I due libri delle Lettere andarono a ruba; furono veri e propri livres de chevet di una generazione di antifascisti e conobbero numerose edizioni e grandi tirature, sino a diventare parte integrante della storia d’Italia.

Giovanni ne fece anche un adattamento teatrale con la regia di Vito Pandolfi, la sceneggiatura di un film con Fausto Fornari e Cesare Zavattini e fece una scelta dei testi da inserire nella composizione polifonica Il canto sospeso, di Luigi Nono.

Parlando di Resistenza, si dovrà ricordare anche La malattia del comandante Gracco37, un romanzo di Giovanni uscito ne “I gettoni”, che coglie bene quello stato d’animo dei partigiani che definirei di “Resistenza tradita”; e soprattutto non si dovrà dimenticare che lui è stato il primo, nel 1965, quindi ben prima di Claudio Pavone, a teorizzare l’importanza delle tre guerre in una (guerra di liberazione o patriottica, guerra civile, guerra di classe) per potere scandagliare appieno il fenomeno della Resistenza38.

Giovanni del resto invitava già nel 1972 i ragazzi a leggere le lettere dei condannati a morte «tenendo ben conto della distanza grandissima che intercorre tra gli anni trenta-quaranta e gli anni sessanta-settanta; tra il “resistere” di allora e quello che è e dovrebbe essere il “resistere” di oggi»39.

Ed era lungimirante quando notava che mentre la Resistenza era diventata sempre più «sfocata e marginale»40, invece «la compresenza del fascismo nella società italiana di oggi non è né sfuocata né marginale»41, dato «il persistere di un insieme di elementi strutturali e sovrastrutturali»42, concludendone: «Ricordatevi che la Resistenza non è affatto finita con la disfatta del fascismo. È continuata e continua contro tutto ciò che sopravvive di quella mentalità, di quei metodi; contro qualsiasi sistema che dà a pochi il potere di decidere per tutti. Continua nella lotta dei popoli soggetti al colonialismo, all’imperialismo, per la loro effettiva indipendenza. Continua nella lotta contro il razzismo»43.

Negli anni cinquanta scrive anche alcune sceneggiature per cortometraggi in bianco e nero: oltre al già citato Lettere dei condannati a morte della Resistenza, che per la immediatezza delle testimonianze richiama Un condannato a morte è fuggito di Robert Bresson (1956), anche Il delitto Matteotti (con Mario Bernardo per la regia di Nelo Risi, 1959) e I fratelli Rosselli (con Nelo Risi, anche regista, 1959).

Questi ultimi due cortometraggi diventeranno i punti di partenza per altri film: per esempio, Il delitto Matteotti, di Florestano Vancini (1973), che rappresenta una dilatazione dell’omonimo cortometraggio di Bernardo e Pirelli; mentre Il conformista, di Bernardo Bertolucci (1970), che richiama I fratelli Rosselli, vincerà nel 1960 il nastro d’argento per il miglior cortometraggio e potrà fare uso di immagini del grande documentarista belga-olandese Joris Ivens.

Questi cortometraggi sono il prodotto di una stagione e di un movimento – durato fino alla metà degli anni settanta – dove all’“eroismo” della Resistenza si va sostituendo una diversa riflessione sulla storia italiana recente, di cui sono espressione Il generale della Rovere di Roberto Rossellini (1959), La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini (1960), Tutti a casa di Luigi Comencini (1960), Tiro al piccione di Giuliano Montaldo (1961), Il terrorista di Gianfranco De Bosio (1963).

E sono il proseguimento di una polemica riguardo alla memorialistica partigiana che porta Pirelli a notare, con acume e un pizzico d’ironia, a proposito del Diario partigiano44 di Ada Gobetti: «[…] quanto più uno scrittore di “memorie” sa fornire un quadro interamente personale della sua esperienza, senza operare una distinzione tra l’eccezionale di una situazione d’emergenza e il normale vivere quotidiano, tra sentimenti privati e passione politica, tra ciò che importava a lui mentre viveva questa vicenda e ciò che si ritiene possa importare ai posteri, tanto più la sua testimonianza trascende il caso personale per acquistare valore esemplare. Mi pare che gran parte degli affettuosi recensori del libro della Gobetti siano caduti in una trappola sentimentale […] giudicando il diario come la storia di una madre, storia che ha per sfondo il mondo partigiano; quasi che, se la Gobetti avesse raccontato la propria attività clandestina trascurando il suo mondo famigliare (e del vicinato, e degli amici), la sua testimonianza sarebbe stata più importante! Quasi che una testimonianza di vita partigiana, per essere tale, debba necessariamente rispecchiare casi e sentimenti eccezionali!»45.

Questi cortometraggi, utilizzati come film militanti, hanno allora girato poco, ma il loro linguaggio asciutto, privo di retorica, li rende tuttora fruibili.

Nel 1955 era stato eletto membro dirigente del Comitato per la pace di Helsinki, per conto del quale fece numerosi viaggi, visitando Unione Sovietica, Cina, Egitto e Africa del Nord. Quando nel 1957 la maggioranza del Comitato centrale del psi decide di non impegnare ulteriormente il Partito nel movimento mondiale della pace «perché inadeguato alle attuali esigenze della politica dei blocchi», va al Consiglio della pace di Colombo a titolo personale. Crede infatti all’esistenza di un’opinione pubblica mondiale contro la guerra, alla possibilità del suo qualificarsi, del suo premere sull’azione degli uomini politici46.

Giovanni aveva anche partecipato alla rinascita delle Edizioni Avanti!, avvenuta nell’ottobre 1953, divenendone nel 1962 il maggiore azionista e il presidente. Sarà poi tra coloro che nel 1965 faranno delle Edizioni un punto di riferimento di classe, autonomo dai partiti.

Qui si svilupperà la complessa e fondamentale vicenda del Nuovo Canzoniere Italiano/Istituto Ernesto de Martino/I Dischi del Sole, che per la prima volta darà a questo paese un repertorio di canto sociale, e Giovanni legherà il proprio nome, assieme a quelli di Filippo Crivelli e Roberto Leydi, a uno degli spettacoli più belli prodotti dal gruppo: Pieta l’è morta. La Resistenza nelle canzoni 1919-196447.

Giovanni nel 1958 creerà e finanzierà l’Istituto Rodolfo Morandi, occupandosi della pubblicazione in sei volumi delle opere del segretario socialista, curate da un collettivo formato da Stefano Merli, Raniero Panzieri, Ferdinando Prat, Angelo Saraceno e da lui stesso, poi pubblicate da Einaudi.

Nel 1961 sarà tra i fondatori e il finanziatore di «Quaderni rossi», la rivista di Raniero Panzieri che opererà una vera e propria analisi rivoluzionaria della struttura capitalista del tempo.

Non sarà nella redazione della rivista e neppure vi scriverà, perché preso soprattutto dal coordinamento delle molteplici attività politiche e culturali, che senza di lui probabilmente non sarebbero esistite, adoperandosi per fare crescere un discorso di classe con connotazioni originali rispetto a quelle che erano diretta emanazione dei partiti di sinistra, e sforzandosi di fare in modo che ogni iniziativa rafforzasse anche le altre.

I «Quaderni rossi» verranno inizialmente stampati dalle Edizioni Avanti! e Raniero Panzieri, grazie a Giovanni, entrerà a lavorare fisso all’Einaudi, portando avanti un’opera di rinnovamento della casa editrice di grande rilevanza (farà pubblicare alcune opere importantissime di sociologia e qui ricordo per tutte Autobiografie della leggera48 di Danilo Montaldi; inventerà tra l’altro la collana dei “libri bianchi”, fatta di reportage dirompenti, a cominciare dai libri di denuncia sulle torture in Algeria). Nel 1962 Giovanni Pirelli, che crede in questo processo di rinnovamento della casa editrice, acquisisce il 30 per cento delle azioni.

Al proposito Roberto Cerati ricorda: «Quando ci fu la prima trasformazione della casa editrice in una società per azioni, egli divenne un azionista di rilievo, ma il suo ingresso avvenne come “amico della casa editrice” e non come quello di qualcuno che vanti una partecipazione finanziaria importante. Era una persona estremamente riservata, discreta, segreta, che faceva di tutto perché si dimenticassero il suo nome e le sue ricchezze […] Ricordo che si vestiva in modo anche più semplice che il più modesto di noi, indossava di solito una specie di giacca a vento verde scuro di cui si ricordano tutti. Era un po’ la sua uniforme»49.

Mi consta che l’atteggiamento di Giovanni sia sempre stato questo, e anche quando non era d’accordo con l’impostazione del lavoro, lo diceva senza farlo pesare. Ed era riservato perché nella Resistenza aveva imparato che è buona massima conoscere il meno possibile di quello che non ci riguarda.

Purtroppo però il processo di rinnovamento auspicato da Pirelli viene bloccato. Quando Panzieri propone il libro di Goffredo Fofi sull’immigrazione meridionale a Torino50, la redazione si spacca. Raniero Panzieri, Renato Solmi, Franco Fortini e altri votano a favore della pubblicazione, l’altra metà della redazione contro. Decide per la non pubblicazione del saggio Giulio Einaudi, che poi accusa di estremismo Panzieri e gli altri oppositori, i quali – su pressioni congiunte di Fiat (che aveva intuito come i «Quaderni rossi» potessero dare il “la” alla ripresa operaia nella fabbrica), di pci e psi (preoccupati di essere scavalcati a sinistra) – vengono licenziati. In particolare Panzieri e la sua famiglia saranno costretti alla fame. E anche in questo caso c’è da dire che per fortuna c’era Giovanni, che nel gennaio 1964 addirittura penserà di finanziare assieme ad Arrigo Lampugnani Nigri una piccola casa editrice per farla dirigere a Panzieri, assicurandogli così un lavoro che gli garantisse almeno un salario di sussistenza. Essa avrebbe dovuto dare stabilità editoriale ai «Quaderni rossi» e curare la traduzione delle opere complete di Marx. Purtroppo Panzieri morirà il 9 ottobre di quell’anno di embolia cerebrale e il progetto non si realizzerà. Come poi Bosio e lo stesso Giovanni, sarà seppellito con un drappo rosso senza simboli di partito.

Nel 1965 uscirà il romanzo di Giovanni A proposito di una macchina51, che si svolge in una fabbrica tessile in piena ristrutturazione, ma deve tuttavia molto alla precedente esperienza di fabbrica di Giovanni, che gli permette di dare una panoramica delle contraddizioni esistenti nel posto di lavoro tra gli stessi lavoratori, tra lavoratori e capi, dando una visione di una realtà complessa e multiforme, in fabbrica, nella città e nelle case dei protagonisti del romanzo.

Il libro, che ha al centro la macchina sperimentale “Vanguard” (così chiamata da Giovanni dal nome di un fallito lancio spaziale americano), è pervaso dall’idea panzieriana della non neutralità del progresso tecnico, cioè dall’idea che i rapporti capitalistici di produzione determinano non solo l’uso sociale della scienza e della tecnologia, ma adattano persino la forma delle macchine ai fini di estrarne il maggior valore possibile, di produrre più merci e capitale, anche a costo della vita degli operai, perché è meno caro cambiare un addetto ferito o indennizzare la famiglia di un morto che dotare la macchina di un dispositivo di sicurezza.

Giovanni però si spinge oltre il fabbrichismo di Panzieri e mette in luce gli effetti di quel progresso tecnico anche oltre le mura della fabbrica.

Credo che questo romanzo – che allora apparve come venato di pessimismo rispetto a una ripresa della classe operaia – sia purtroppo stato profetico. Gli incidenti sul lavoro hanno teso ad aumentare sempre più e quel progresso tecnico capitalista ha determinato molti licenziamenti e la sconfitta operaia. Giovanni stesso però riteneva che il suo romanzo fosse uscito in ritardo di qualche anno rispetto alle esigenze.

Aveva capito che le rivendicazioni dell’operaio-massa erano alle porte e che quel suo pessimismo, che si sarebbe dimostrato purtroppo ben giustificato in prospettiva di medio termine, non lo era sui tempi brevi. Inoltre in seguito sarebbe stato anche amareggiato per il fatto che il suo volume fosse servito a dare spunti cospicui a un film populista quale era La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri (1971), che certo non ci sarebbe stato senza il libro di Giovanni.

In una lettera al padre dell’aprile di quell’anno confessa a proposito del suo libro: «Non sono riuscito, cioè, a tenere la narrazione sui diversi piani che essa richiedeva: un discorso popolare e gergale, al limite del dialetto, un secondo che doveva essere la traduzione in prosa della lingua parlata del ceto medio, un terzo (quello del “narratore”) a livello della lingua scritta tradizionale (manzoniana, per intenderci). Infine, avendo tra le mani una materia ricca e viva ma essendo incapace di dominarla sotto l’aspetto linguistico, mi sono trovato a dover operare una drastica riduzione: di quantità ma soprattutto di ciò che avrebbe dovuto rappresentare il carattere peculiare di questa narrazione»52.

Sarà questo l’ultimo romanzo scritto da Giovanni. Il ’68 si avvicinava e da allora lui ha sentito il bisogno di privilegiare altre cose: la pubblicazione dei verbali tra i compagni cinesi e quelli della delegazione italiana delle Edizioni Oriente nel 197153, una biografia di Frantz Fanon54 nel 1972, gli scritti di Raniero Panzieri55, curati da lui con Dario Lanzardo e usciti l’anno successivo.

Avrebbe voluto tuttavia lavorare a I Bonora, vera e propria saga di famiglia, di cui aveva integralmente scritto solo la prima parte, sfortunatamente rimasta inedita, ma preso da molte altre incombenze non gli riuscì di farlo, sebbene ci tenesse molto.

Gli era sempre piaciuto l’Antoine Bloyé di Paul Nizan e pensava quindi a una saga ispirata alla sua famiglia del tipo de I Buddenbrook.

Giovanni ha pure scritto dei libri per ragazzi, con l’intento di fornire loro strumenti per capire il mondo in cui vivono e cambiarlo: Giovannino e Pulcerosa56 e Storia della balena Jona e altri racconti57, poi fusi in una nuova edizione pubblicata da Fabbri nel 1972 con il titolo Giovannino e i suoi fratelli58.

Dove Giovanni ha fatto un lavoro assolutamente eccezionale è stato nella sua partecipazione alla lotta per la liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo. Già aveva rapporti con l’America Latina, ma forse il vero battesimo fu la guerra d’Algeria.

Infatti Giovanni non si limita a scrivere, ma aiuta attivamente sia i renitenti alla leva, sia i militanti clandestini che sostenevano il Fronte di liberazione nazionale algerino in Francia. E prende rapporti col “Réseau Jeanson”, con Jean-Paul Sartre e con tutti quelli che prendono allora posizione contro la tortura e il genocidio.

In Intolleranza 1960, azione teatrale di Luigi Nono per cui Giovanni sceglie i testi, ne figurano non casualmente anche di Henri Alleg e Jean-Paul Sartre.

Racconta Mario Dondero: «Giovanni Pirelli l’ho conosciuto brevemente ma mi folgorò, mi colpì moltissimo sia per il calibro intellettuale, che per lo stile e per la cortesia infinita. Andai a casa sua accompagnando una mia amica, la cantante Catherine Sauvage, che apparteneva in qualche modo al “Réseau Jeanson” e sosteneva l’opposizione alla guerra d’Algeria. In quel caso Giovanni si prodigò per aiutare due donne, una liberata e l’altra fuggita dalla prigione della Roquette a Parigi. Fu prodigo di aiuti. Mi lasciò questa impressione di dignità, di un grande coraggio ed energia, umanità insomma»59.

Le due donne sono Janine Cahen e Micheline Pouteau, “porteuses de valises”, cioè adibite al transito di soldi a favore della lotta per l’indipendenza algerina. Arrestate all’inizio del 1960, vengono processate assieme a sei algerini e altri sedici francesi davanti al tribunale militare di Parigi il 5 settembre di quell’anno. Accusate d’avere sostenuto il terrorismo del Fronte di Liberazione Nazionale algerino mettendo a disposizione automobili e alloggi, partecipando alla diffusione della stampa clandestina del fln e soprattutto di avere fatto uscire dalla Francia verso la Svizzera il denaro raccolto tra gli operai algerini per finanziare la guerra di liberazione algerina, in novembre vengono condannate rispettivamente a 8 mesi e a 10 anni di reclusione. Portate alla prigione parigina della Petite-Roquette, Janine Cahen esce a pena scontata, mentre Micheline Pouteau evade il 24 febbraio 1961.

Giovanni presenta la Cahen ad Alberto Mondadori, presso cui Janine lavorerà due anni con una paga di 100.000 lire al mese, e farà con l’amica il volume Una resistenza incompiuta. La guerra d’Algeria e gli anticolonialisti francesi 1954-196260, che il 14 maggio 1964 Giovanni presenterà con Aniello Coppola alla Casa della cultura di Milano.

In precedenza, il 28 giugno 1962, Giovanni Pirelli aveva presentato Racconti di bambini d’Algeria, in occasione di una mostra fotografica e di documenti che si era tenuta al Palazzo dell’Arengario dal 23 giugno con il titolo La nazione Algeria. La mostra, curata da Albe Steiner con la collaborazione di Giovanni Pirelli, Giovanni Arpino e Gilberto Tofano, realizzata grazie al contributo finanziario di Enrico Mattei, si basa in parte sul materiale raccolto da Janine Cahen durante un viaggio in Tunisia e proveniente dal Ministero dell’Informazione del governo provvisorio rivoluzionario algerino. Era stata la Cahen a procurare a Pirelli i primi contatti tunisini. A quell’epoca il responsabile del “Réseau Jeanson” in Italia era tra l’altro Sergio Borelli, poi braccio destro di Pirelli nel Centro Fanon. Egli presterà aiuto a molti algerini, ospitati presso le comunità valdesi61.

Convinto che gli algerini fossero gli unici qualificati a parlare della loro esperienza, che era ben distinta e doveva essere tenuta distinta da quella dell’opposizione francese alla guerra d’Algeria, Giovanni aveva cominciato già nel 1960 a raccogliere testimonianze di prigionieri di guerra algerini per controinformare e fare trapelare un’interpretazione dei fatti che fosse autenticamente algerina62. Avvia una lunga e difficile ricerca assieme a Patrick Kessel. Ottengono l’accordo del governo provvisorio algerino e in due anni di intenso lavoro, pericoloso, dato il clima repressivo di quegli anni in Francia, è in grado di fare uscire Le peuple algérien et la guerre. Lettres et témoignages 1954-196263, pubblicato poi in italiano con il titolo di Lettere della rivoluzione algerina64. Giovanni ha finanziato sia il libro che la propria ricerca e quella di Kessel, che è tuttora fondamentale per chiunque voglia occuparsi della guerra d’Algeria.

All’inizio del 1961 Pirelli si reca a Tunisi a conoscere e prendere accordi con Frantz Fanon, antillese algerinizzato, per la pubblicazione delle sue opere, che gli hanno suscitato molti «stimoli e interrogativi». I due hanno inizialmente un impatto violento, presto trasformatosi in una reciproca profonda amicizia. Fanon è già allora condannato da una leucemia e morirà alla fine dell’anno.

Che cosa di Fanon ha colpito profondamente Pirelli? Credo che questo lo abbia colto benissimo Rolla Maria Teresa Scolari: «La lotta è per Fanon soprattutto la creazione di un nuovo soggetto individuale e quindi di una diversa coscienza collettiva sociale. Qui l’incontro tra le teorie fanoniane e Pirelli, che in un suo saggio sul martinicano scrive: “[…] c’è sicuramente in lui il bisogno di un rapporto vivo non solo con la storia, con le classi sociali e i gruppi etnici che, come tali, la subiscono o la sovvertono; di averlo anche con l’individuo, di rilevare i nessi con l’individuale, esplorato nelle sue componenti più recondite, e il sociale. Partire dall’individuo per arrivare alla collettività, per spiegare il comportamento delle masse nella situazione di lotta”. Esattamente quello che cerca di fare Pirelli nelle tre raccolte di lettere della Resistenza italiana, europea e algerina: raccontare attraverso le sofferenze individuali e le eroiche vicende del singolo la storia di un popolo in lotta, il suo riscatto, dall’individualità alla collettività»65.

Alice Cherky, psichiatra e psicanalista algerina, collaboratrice di Fanon a Blida, ha ricordato che «era piuttosto impegnato nel rapporto del soggetto individuale, la liberazione del soggetto individuale, l’alienazione collettiva del soggetto. Le tesi che presentava in questo libro non erano tesi di sociologia, ma una riflessione su una cultura in movimento. Credo che sia su questo punto, in fondo, che Pirelli e Fanon si siano incontrati, vale a dire che entrambi avevano questo genere di concezione dell’approccio sociale, che partiva dalle individualità, dal destino dei singoli esseri, per essere partecipi della cultura e della lotta politica»66.

Alice Cherky dirà ancora in un suo volume: «I due uomini avevano in comune questo interesse per il dramma individuale, per ciò che, nello spazio della singolarità, modifica passo dopo passo uno spazio collettivo»67.

E preciserà: «Penso che questa tendenza fosse già in Pirelli, ma non ancora espressa in concetto: questa tendenza – si stava assistendo a un cambiamento concreto dei paesi sottosviluppati – andava nella direzione della liberazione dell’individuo, della liberazione della nazione. Era qualcosa di già presente in lui, ma in quanto europeo lui ha seguito un proprio percorso»68.

L’opera di Pirelli e quella di Fanon sottintendono entrambe le teorie esistenzialiste di Jean-Paul Sartre: «Per Fanon il dramma individuale algerino modifica gradualmente lo spazio della collettività, come dimostrato nel saggio L’An V de la Révolution algerienne, pubblicato nel 1959. In un contesto rivoluzionario, il singolo va incontro a trasformazioni dettate dalla necessità della guerra; tali trasformazioni, sommate insieme, portano alla creazione di una nuova collettività, di una società diversa da quella di partenza. Alla base del discorso fanoniano, che si rispecchia nell’idea di una crescita collettiva all’interno della raccolta di Pirelli, sta l’esistenzialismo sartriano […] Nello scritto filosofico Critique de la raison dialectique del 1960, Sartre traccia una sorta di fenomenologia della dinamica rivoluzionaria, definendo il concetto di gruppo, in opposizione a quello di serie: il gruppo è formato da individui autenticamente legati tra loro da un intento comune. Che crea coesione e sentimento di fratellanza al contrario della serie, in cui tale unione non è sentita. Il gruppo nasce in una situazione di pericolo comune e nella realtà è individuabile anche nel gruppo rivoluzionario. Dall’io soggetto delle primissime ricerche di psicologia fenomenologica, Sartre passa alla responsabilità individuale e sociale dell’uomo (L’Existentialisme est un humanisme, 1946); quindi l’io in Critique de la raison dialectique, esattamente come l’individuo in Fanon, diventa massa per cambiare la società e gli autori delle lettere acquistano gradualmente una coscienza collettiva nella raccolta di Pirelli e Kessel, le lettere raccontano la rivoluzione algerina, la presa di coscienza di un popolo in un contesto rivoluzionario e la creazione di una nuova società»69.

Pirelli avrà il grande merito di fare conoscere in Italia gli scritti di Fanon. Sebbene l’andata a Tunisi fosse stata caldeggiata da Giulio Einaudi, tuttavia al momento di passare alla pubblicazione Giulio Bollati e Giulio Einaudi si oppongono. Ma Giovanni vince la sua battaglia.

A lui, che era un uomo dalle cento curiosità, interessavano molto anche gli studi propriamente psichiatrici di Fanon, di cui vedeva l’affinità con la “nuova psichiatria” allora sulla cresta dell’onda e che aveva raccolto con l’intenzione di progettare «un volume di scritti di Fanon di carattere medico e nei quali il discorso dello psichiatra conduce al discorso teorico-politico e si fonde con esso»70.

Pensava di fissare le tre fasi dell’esperienza fanoniana di socialterapia (Saint’Alban, Blida, Tunisi) e il loro sbocco nel discorso teorico-politico. Poi, di comune accordo con Giovanni Jervis, cui si era rivolto per avere un parere di un militante socialista che era pure psichiatra, aveva deciso di pubblicare solo i più significativi di quegli scritti nelle Opere scelte di Fanon, che Pirelli avrebbe curato nel 1971 per Einaudi e per le quali Jervis avrebbe scritto la prefazione.

In un altro suo scritto su Fanon del 1972 Pirelli annota: «La psichiatria è di fatto complice del potere, sia che perfezioni il distacco tra “pazzo” e società, sia che lo restituisca “riadattato” al sistema. Di questo approdo Fanon è senza dubbio il più autorevole anticipatore, anche se – limite di cui soffre l’intera sua opera – egli non sembra rendersi conto che l’analisi compiuta in una società coloniale, razzista, è egualmente valida nella società occidentale, nella società di classe del tardo capitalismo»71. Questa tesi aveva affinità non solo con i discorsi della “nuova psichiatria” ma anche con quelli di Panzieri sulla tecnologia.

Ricorda Giovanni Jervis che Panzieri è stato il primo a parlare di «psichiatria postfanoniana» e conclude: «La “nuova psichiatria di oggi”, politica e problematica verso se stessa, è veramente, ma senza piena coscienza del fatto, postfanoniana, deve a Fanon la prima formulazione chiara di una tematica che la pervade; e ritrova in Fanon i quesiti e la stessa terminologia che va riscoprendo»72.

Ma poi Fanon mette a fuoco i rapporti tra oppressione politica e oppressione e sofferenza psicologica e gli aspetti soggettivi, cioè di presa di coscienza, del processo di liberazione personale nella lotta rivoluzionaria. E a questa presa di coscienza tendevano anche la “conricerca” e l’inchiesta operaia panzeriane.

A Tunisi Giovanni conosce anche Jacques Charby, impiegato al Ministero dell’Informazione del governo provvisorio della Repubblica algerina. Con lui visita i collegi dei bambini algerini rifugiati, orfani di guerra, a Tunisi e nei dintorni. Viene colpito dai disegni dei bambini, tutti tra i 4 e i 12 anni, appesi alle pareti, chiaramente legati alla guerra e all’esodo. E con il beneplacito del governo provvisorio della Repubblica algerina organizza con Charby un lavoro di raccolta di testimonianze dei bambini, prevalentemente registrate, e di disegni.

È Fanon a consigliare i due su come avvicinarsi ai bambini, ancora fortemente traumatizzati, e su come porre loro le domande per ottenere racconti sui fatti del loro recentissimo passato. Ne era così derivata questa metodologia: «1) Sollecitare il bambino, non mai forzarne la volontà. Rinunciare alla testimonianza di quanti si mostravano decisamente riluttanti, diffidenti e ostili. 2) Lasciare al bambino la scelta del tema, suggerendogli soltanto che raccontasse la sua vita di ieri, ma anche quella d’oggi, anche ciò che avrebbe fatto da grande. I racconti senza carattere di testimonianza sono stati poi eliminati. 3) Lasciare al bambino la scelta del mezzo con cui esprimersi: scrivere, parlare, disegnare. Ogni mezzo d’altronde, aveva i suoi vantaggi e svantaggi. Il parlare, in ispecie, comportava la presenza di un apparecchio misterioso e di una persona sconosciuta: il magnetofono e colui che lo azionava. Ci si è adoperati perché il bambino, dapprincipio, si famigliarizzasse e con l’uno e con l’altro. È costato molto tempo ma non è stato tempo sprecato. 4) Lasciare al bambino la scelta della lingua in cui esprimersi. […] 5) Curare che la presenza dell’insegnante, specie quando la testimonianza era orale, servisse a dar confidenza al bambino, e non altro. Se il bambino cercava incoraggiamento, questo doveva venirgli dato con la massima discrezione. Se invece, dopo un avvio di racconto, egli si chiudeva in un ostinato mutismo (o scappava, come è avvenuto più volte, o scoppiava in singhiozzi) allora nessuna insistenza»73.

Nell’indagine assumevano particolare importanza i disegni: «Non di rado il bambino, quando ancora non sapeva allineare sulla pagina un certo numero di pensieri, ma già maneggiava la matita, i pastelli, il pennello, ha manifestato la tendenza, in tal caso assecondata, a tradurre in immagini, talvolta a lui solo leggibili, ricordi, incubi, dolori. Molti disegni con carattere di testimonianza sono stati reperiti nelle aule, nelle camerate, negli archivi di varie scuole. Essi sono serviti di spunto, talvolta, per ottenere un’ulteriore testimonianza; chiedendo al bambino di scrivere o dire ciò che aveva inteso rappresentare»74.

Devono quindi essere i piccoli testimoni a raccontare la loro storia, senza mediazioni.

Charby viene finanziato da Giovanni per effettuare quella ricerca e traduce le testimonianze in francese, Giovanni le ritraduce poi in italiano. I disegni, straordinari, vengono scelti da Giovanni. Viaggi e spese connesse, compresa la stampa da Einaudi, sono finanziati da Giovanni. Nasce così un libro straordinario, purtroppo oggi sconosciuto, ma che a me sembra un’opera pilota per possibili analoghe ricerche.

Nel gennaio 1963 fonda il Centro di documentazione Frantz Fanon, strumento per la conoscenza dei movimenti di liberazione in Asia, Africa e America Latina, in grado di dare fonti di diretta provenienza dai centri di guerriglia, senza mediazioni occidentali. Giovanni concepisce il Centro come uno strumento di servizio ed esso diventerà in pochi anni la maggior biblioteca ed emeroteca specializzata del paese; vengono organizzati importanti seminari in argomento (memorabile quello del 1964 a Treviglio, vicino a Bergamo, cui parteciperanno settanta militanti e studiosi provenienti da ogni parte del mondo, da Amilcar Cabral a Paul Sweezy).

L’attività di controinformazione del Centro viene poi da Giovanni amplificata facendo pubblicare dalle Edizioni Avanti!/del Gallo o dall’Einaudi materiali di questo genere (ricordo Dossier sul Portogallo e sulla Cina75, dischi sull’Angola e sul Venezuela76).

A fianco dell’attività di controinformazione, c’era anche quella di forme di aiuto di ogni genere ai movimenti di liberazione e alla resistenza greca impegnata contro il regime dei colonnelli.

In questa attività Giovanni può contare su un gruppo di militanti milanesi dei partiti di sinistra che negli ultimi due anni della guerra d’Algeria si erano prodigati a titolo personale a favore dei refractaires francesi e del popolo algerino «non solo per il soutien materiale ma in particolar modo per poter condurre delle analisi e degli studi il più documentati possibile sulle prospettive politiche dei paesi del terzo mondo»77.

Le principali zone d’interesse del Centro erano il Golfo del Messico e l’Africa subequatoriale.

Il Centro pubblica un bollettino informativo ciclostilato settimanale, che diverrà mensile e verrà stampato a partire dal numero 15/16 del novembre-dicembre 1964 e uscirà sino al numero 3/4/5 del settembre 1965.

Direttore responsabile ne è Gianpiero Dell’Acqua, mentre vi collaborano Dante Bellamio, Franco Borelli, Franca Caffa, Enrica Collotti Pischel, Margareth Crociani, Luciano Crugnola, Paola Forti, Dino Leon, Monica Mauro, Claudio Quintili, Sergio Spazzali.

Principali esponenti del Centro, oltre Pirelli, saranno in una prima fase Romano Alquati (cui Pirelli nel 1963 aveva affidato il Centro), poi Franco Borelli, Savino D’Amico e Sergio Spazzali.

L’attività poteva contare anche sulla solidarietà di gruppi di sinistra che si occupavano di altri problemi. Sergio Bologna ha ricordato bene qual era il clima della sinistra nella Milano di allora: «[…] avevamo dei rapporti di solidarietà reciproca anche con gente che non c’entrava proprio nulla con la nostra impostazione (della rivista “Classe operaia”): anche con gli “m-l”, coi cinesi, coi Regis, figurati che distanza, eppure i rapporti c’erano ed erano molto buoni […] Se avevamo bisogno di un piacere lo chiedevamo e viceversa. […] Passava molta gente da Milano, anche personaggi che sarebbero andati a sacrificarsi nelle giungle tropicali. Quando passavano da Milano si ospitavano. […] Era un meccanismo di solidarietà, di aiuto reciproco tra compagni, che avevano impostazioni politiche del tutto diverse, ma erano accomunati da un eguale desiderio di cambiare lo stato presente delle cose»78.

Poteva così capitare anche che a Toni Negri, che poco c’entrava con le attività del Fanon, venisse dato l’incarico di consegnare delle valigie in Francia79.

Dentro a questa attività si deve inquadrare anche l’amicizia di Giovanni con il musicista Luigi Nono, allora membro del Comitato centrale del pci, che aveva stretti rapporti con movimenti di liberazione latino-americani, per il quale sceglierà i testi di A floresta è jovem e cheja de vida80, composizione dedicata al Fronte nazionale del Vietnam presentata al 29° Festival internazionale di musica contemporanea in Venezia del 1966.

Il lavoro apparve presso la Arcophon, la casa discografica fondata nel 1954, finanziata da Giovanni Pirelli e diretta da Angelo Ephrikian, specializzata soprattutto nella musica del xvii e xviii secolo (Scarlatti, Vivaldi, Boccherini, Gesualdo da Venosa) ma molto interessata anche alla musica d’avanguardia (Maderna, Stockhausen, Nono, Berio), di cui verranno pubblicate esecuzioni assai importanti.

Goffredo Fofi ha derubricato questa attività di Pirelli (che la portò avanti, nonostante fosse finanziariamente assai gravosa, per quindici anni) a hobby costoso e solidarietà con l’amico partigiano Ephrikian. Io credo che sia un giudizio del tutto ingiusto. L’Arcophon rappresentò un intervento importante, di grande qualità, nella cultura musicale italiana, le cui creazioni erano affidate a specialisti di grande valore. Un fatto unico nella cultura musicale di allora.

Pirelli amava molto la musica, aveva una sua competenza in materia, passava giornate allo studio di Fonologia di Milano. Fu grazie a lui e a Roberto Leydi che musicisti come Luciano Berio e Luigi Nono si interessarono alla musica popolare. Era quindi persona qualificata a promuovere un’operazione culturale di prim’ordine quale fu l’Arcophon.

L’incontro tra Gigi Nono e le Edizioni del Gallo è la dimostrazione della grande capacità di Giovanni di collegare e fare interagire uomini e cose apparentemente distanti, cosa che faceva nascere frutti imprevisti. Tale fu il Non consumiamo Marx, Musica-manifesto n. 1, di Luigi Nono. Nastro magnetico realizzato presso lo studio di Fonologia di Milano della Rai81.

Nel 1970 il Centro Fanon si trasformò poi in Centro di ricerca sui modi di produzione, spostando la propria ottica verso i paesi capitalistici avanzati e lo studio delle varie formazioni socioeconomiche. Questa svolta fu resa possibile da Nanni Arrighi, che in quel periodo fu molto attivo nel Centro.

Giovanni è stato quindi in contatto in quegli anni con importanti rivoluzionari e capi di stato quali Agostinho Neto, Marcelino Dos Santos, Amilcar Cabral, Fidel Castro.

Viaggiava molto: a Cuba, in Africa, negli Stati Uniti. Ricordo che nel 1971 tornò entusiasta dalla Cina.

Ma vediamo cos’era un viaggio di Giovanni, per esempio quello fatto negli Stati Uniti verso l’ottobre del 1966. A Giovanni interessavano enormemente gli Stati Uniti, considerati come «un ponte di passaggio e un punto d’arrivo della società europea».

Roberto Giammanco insegnava allora all’università nel Michigan e Giovanni prende contatto con lui, allora il migliore americanista italiano e colui che farà conoscere il Black Power in Italia, che già in passato – proprio tramite Giovanni – è entrato in rapporto con i «Quaderni rossi», parlando in riunioni del gruppo del sindacato dell’auto di Detroit. Tramite Giammanco, Pirelli instaura rapporti con alcuni di questi sindacalisti, con James Boggs e con la League of Black Revolutionary Workers. Il suo intento è quello di creare rapporti con gruppi stranieri a «Quaderni rossi» nello sforzo di sprovincializzarli e di far loro capire che l’industria dell’automobile non è solo la Fiat.

Poi, assieme, parteciperanno alla famosa marcia di Selma nel Mississippi per i diritti civili dei neri organizzata da Martin Luther King, quella in cui Stokely Carmichael lancerà la parola d’ordine del “Black Power students”. Vivono per più giorni in mezzo ai neri delle piantagioni del Delta, dormendo con loro tra le cimici e altre bestie poco simpatiche. Giovanni si interessa di tutta quanta la situazione dei neri, cerca di capire i loro problemi dal punto di vista non solo politico, ma anche antropologico. Giammanco è colpito dalla assoluta familiarità che Giovanni riesce a instaurare con i neri. Allora c’era ancora la segregazione razziale e Giovanni è sempre seguito dalle macchine della polizia. Giunti su un ponte avviene lo scontro, durissimo, con uso di gas, cani poliziotto e fruste elettriche.

Usciti indenni da quella marcia, i due se ne vanno assieme nei locali di New Orleans ad ascoltare del jazz, poi a Chicago. A Giovanni piacevano molto Thelonius Monk e Cecil Taylor, di cui acquisterà dei dischi che poi ci farà sentire alle Edizioni del Gallo. Fa pure una capatina a Newark per incontrare LeRoi Jones. Ha in mente di proporre a Einaudi Blues People. Negro Music in White America, uscito a New York nel 1963, e che verrà pubblicato da Einaudi nel 1968 con il titolo di Il popolo del blues, proprio grazie a Giovanni. Ha inoltre parlato a Giammanco del progetto suo e di Nono di una Cantata per Malcolm X, per la quale Giammanco raccoglierà i testi, che avrebbe dovuto more solito essere sponsorizzata da Giovanni e che poi non si realizzerà82.

Nel complesso mi pare di potere dire che la presenza di Giovanni Pirelli fu determinante nella creazione della cultura del Sessantotto. Dalle Edizioni Avanti!/del Gallo (con tutta l’attività del canto sociale) a «Quaderni rossi» e al Centro Fanon si può dire che larga parte di quella cultura venne prodotta in queste organizzazioni, cui lui lasciava la più grande autonomia, sempre considerandosi alla pari con gli altri collaboratori.

Ha scritto giustamente Liliana Lanzardo: «Come finanziatore Giovanni si sentiva un po’ sulle spine, perché avrebbe avuto molti motivi per fare delle serie critiche al lavoro di “Quaderni rossi”, ma temeva che fossero intese come supervisione: essendo molto discreto, modesto e delicato nei sentimenti, non voleva ferire se stesso né gli altri. Dunque le riunioni con lui quando si voleva fare il rendiconto dell’attività e delle spese erano abbastanza penose per tutti. Come amico (intendo non solo nel privato, ma in politica) era una delle persone più rare che esistano, e quindi sapeva sempre dire quelle cose che lo differenziavano e lo distaccavano dal lavoro dei Quaderni rossi senza però ferire i sentimenti: infatti i “Quaderni rossi” non erano sotto molti aspetti dei bravi amministratori del denaro e delle persone e a volte gli procuravano qualche guaio. C’è da dire però che nei “Quaderni rossi” si lavorava a tempo pieno senza guadagnarci nulla, e si era abituati a tirare al massimo»83.

Va comunque ricordato che, dopo la morte di Panzieri, Vittorio Rieser e gli altri di «Quaderni rossi», fecero l’incauto acquisto di una tipografia vecchia, disastrata e con molti debiti. Giovanni in quel caso si fidò di loro e accettò di fare il garante dell’operazione con azioni della Pirelli, salvo poi dovere chiudere rapidamente la vicenda, a scanso di danni gravissimi, ma comunque rimettendoci un centinaio di milioni.

Non vorrei però che si pensasse che Giovanni Pirelli facesse il mecenate a caso. Valutava attentamente e credo sbagliasse poco su come investire in azione culturale e politica i suoi soldi. Perseguiva una sua linea da cui non demordeva. Se raramente rifiutava un aiuto a un singolo compagno in difficoltà, quando si trattava di somme più consistenti era nel complesso oculato. Se Giovanni, per esempio, ha ritenuto di non dare aiuti per la casa editrice che i «Quaderni piacentini» volevano fondare – come ha ricordato Goffredo Fofi – è perché ha ritenuto che non potesse camminare e non voleva ritrovarsi in una situazione debitoria come era stato nel caso della tipografia acquistata dai «Quaderni rossi»84. Neanche aiutava gruppi politici di sinistra che comunque riteneva svolgessero un’azione che a lui pareva discutibile (per esempio, mi pare fosse il 1972, rifiutò di aiutare il gruppo di Potere Operaio85).

Non finanziò mai nulla nella cui validità non credesse o a cui non potesse partecipare direttamente. Nei casi in cui si trovò nella necessità di sostituirsi ai doveri economici e finanziari del psi richiese sempre indietro ciò che aveva prestato, per una ragione di principio: che sta al partito finanziare le attività in cui si è impegnato, soprattutto se culturali, perché panzierianamente considerava gli errori politici conseguenze anche di errori culturali. Quindi l’impegno del partito in attività culturali non era secondario ed era giusto avesse un prezzo86.

Che attività finanziava e a che attività partecipava? «A lui interessava che circolassero certe idee nella sinistra italiana: l’evoluzione della cultura marxiana, la riscoperta della musica, del folklore, l’attenzione alle lotte di decolonizzazione… Era convinto che queste cose contribuissero all’evoluzione della sinistra. Il suo essere intellettuale era riflettere e far riflettere la gente, fornire degli strumenti per l’interpretazione, non tanto creare nuove idee. Era disposto a sacrificare molto del suo tempo e del suo denaro per far circolare certe idee. La sua era un’attività di diffusione di idee, non sue, che lui sapeva in circolazione altrove, ma non in Italia»87.

Certe idee, non altre. E ci furono baruffe anche con Gianni Bosio a proposito dell’attività delle Edizioni del Gallo. Pirelli era stato al margine del dibattito culturale e politico molto vivo che si svolgeva all’interno delle Edizioni e del Nuovo Canzoniere Italiano. Come Gioietta Dallò e Arturo Foresti, mostrava una forte ambivalenza verso le nuove attività della casa editrice in direzione della cultura orale. Capiva che il Nuovo Canzoniere Italiano e l’Istituto Ernesto de Martino erano attività provocatorie e non poteva certo sfuggirgli la somiglianza tra le tematiche affrontate da quest’ultimo e il pensiero di Fanon. Ma restava tuttavia ancorato all’idea che una casa editrice avrebbe dovuto produrre soprattutto libri, cosa che faceva sempre meno. Concependo le Edizioni del Gallo né più né meno che come una piccola Einaudi più di sinistra, gli era difficile capire il senso della svolta che esse stavano attuando in direzione della cultura orale. Essendo innamorato del Living Theatre si era anche espresso molto duramente, l’11 settembre 1970, nei confronti de La grande paura, rappresentazione laica sull’occupazione delle fabbriche, che credo considerasse formalmente riprovevole, essendo così lontana dai suoi gusti per l’avanguardia. Tutto ciò, aggiungendosi alla situazione economica pesante e alla sua sostanziale estraneità in quel momento alle vicende interne, che lo portava a capire poco del lavoro che si conduceva, avrebbe finito per fargli chiedere la sostituzione da presidente88.

Forse questa vicenda dei suoi rapporti con le Edizioni Bella Ciao è esemplare per capire che tipo fosse Giovanni Pirelli, e merita di essere raccontata in dettaglio.

La situazione economica delle Edizioni si era allora aggravata ulteriormente a causa di una perdita di otto milioni nel bilancio l luglio 1969-30 giugno 1970. La carenza di denaro fresco aveva in quegli anni fatto ascendere l’esposizione bancaria delle Edizioni a trentadue milioni, in larga misura costituiti da un assommarsi di interessi passivi, e Gianni Bosio, che ne era il direttore, annotava il 9 settembre 1970 in uno dei suoi quaderni di appunti: «Bisogna chiudere con la poesia, le banche fanno una poesia che nega la poesia […]. Un’operazione di rientro dovrebbe poter operare su piani diversi, tenendo conto che gli interessi mangiano piccole e anche grosse tangenti mensili»89.

Ma ridurre l’esposizione bancaria e gli interessi passivi in questa situazione finanziaria significava ridurre la produzione e, continuava Bosio, «riducendo la produzione diminuirà il fatturato e ci mangeremo la coda. Perciò è necessario fare una produzione nuova, che non costi, avvalendosi o cercando delle combinazioni […]. In questo modo avremo una diminuzione moderata e una morte secca ma lenta della casa editrice. Amen»90.

Bosio riprende a scrivere il 6 ottobre: «La situazione finanziaria è pesante e senza vie di uscita nei confronti delle banche». Infatti «è difficile venir fuori dai guasti con operazioni tipo risparmio, accumulazione interna, rateazione mensile, ecc.»91.

La situazione non era ormai risolubile “artigianalmente”, come sembrava invece ancora pensare Pirelli, e su questa strada per Bosio «non resta altro che chiudere. Bisogna quindi operare secondo linee finanziarie di qualche dimensione. Per esempio il capitale deciso e votato doveva essere di 48 milioni […]. Questo aggiustamento permetterebbe di affrontare subito la questione delle banche, eccetera, eccetera […]. La situazione va affrontata e non aggiustata come al solito. O intervenire o chiudere»92.

Tuttavia Pirelli non sembrava disposto a intervenire e già in luglio, di fronte al cattivo consuntivo di bilancio dell’anno precedente, aveva fatto chiedere una previsione di costo sulla chiusura93.

In quel momento – come si è detto – egli aveva notevoli perplessità sul taglio politico e culturale assunto dalla casa editrice e temeva uno sbocco meramente filologico e intellettualistico delle ricerche condotte sull’espressività popolare, malgrado in passato avessero avuto grandi capacità di provocazione politica.

Così il 23 ottobre 1970 chiese di essere sostituito da presidente perché «le energie e il tempo che dedico alle Edizioni si sono ridotti, per una serie di circostanze e di esigenze personali, a ben poca cosa. D’altra parte non ho mai voluto mantenere incarichi ai quali non corrispondesse un mio adeguato impegno»94.

Su richiesta di Bosio aveva rimandato le dimissioni, ma aveva posto nuovamente il problema nel maggio del 1971, dopo «essere stato informato circa i brillanti risultati finanziari di alcune operazioni e contratti che permettono alle edizioni di pagare il debito bancario, che è poi l’unico debito serio delle Edizioni»95.

Giovanni era in procinto di ritirare la sua fideiussione, che era quella che aveva dato alle Edizioni la possibilità di tirare avanti negli anni precedenti.

«Giovanni» – racconta Clara Longhini, moglie di Gianni Bosio – «era una persona molto corretta e molto seria, non era uno che prendeva degli impegni per scherzo. Ma quando Gianni è morto improvvisamente nell’agosto, è stata la prima persona che è arrivata ad Acquanegra. Me lo sono visto lì, non ci siamo neanche parlati, ma era lì. So che ce l’avevo vicino al funerale di Gianni, proprio vicino. E questa sua presenza era significativa per me. La rapidità con cui è arrivato mi aveva colpito. Così come è apparso all’improvviso in mezzo a questa disperazione, così poi è sparito. Sono tornata ai primi di settembre a Milano piena di buoni propositi, di voglia di andare avanti, in nome di questa scomparsa così drammatica. E quindi vado alle Edizioni. Arrivano i compagni man mano e c’è anche Giovanni. Sempre onesto, perché la prima volta che ci siamo parlati non è che Giovanni non avesse ricordato dov’è che era arrivato il suo rapporto con Gianni e quindi il suo rapporto con il lavoro delle Edizioni. Però la cosa che anche lui ha detto è stato: “Dobbiamo andare avanti. Riprovare a vedere se questo progetto ha le sue gambe per camminare”. E con questo spirito si è ripreso. Quindi Giovanni entra nel Collettivo che avrebbe dovuto gestire una cosa a cui mancava una testa. Eravamo tutti insieme la testa per vedere di fare qualche cosa. E Giovanni si è messo alla pari con noi. Aveva fatto capire molto bene che lui era lì esattamente alla pari, anzi con qualche cosa di meno di noi. Non voleva essere sostitutivo di Gianni solo perché era più grande ed era di un’altra generazione né per la sua solidità economica. Non ci garantiva nulla. Era alla pari con noi nel tentativo di verificare il progetto di questa nostra casa editrice discografica, con qualche cosa in meno di noi. E aveva anche dichiarato che non ci credeva tanto alla possibilità di fare camminare quel progetto. Capiva benissimo che quello che si produceva era importante, ma le strade per trovare l’autonomia economica, finanziaria, e quindi mettere a punto un progetto che camminasse sulle proprie gambe, lo riteneva una cosa impossibile. Lui voleva chiarire a se stesso e a noi che sapeva benissimo che i miracoli non sarebbero successi, che sarebbe sempre stata un’attività faticosa e che era amministrativamente impossibile che si autogestisse. Quindi ha sgomberato subito il campo da equivoci nel rapporto con tutti noi. Nei miei confronti Giovanni, pur vedendomi completamente fuori di testa ma molto determinata nella volontà di continuare, di non far dimenticare Gianni, ha cercato già da subito di darmi all’interno di questo collettivo una funzione di responsabilità: “Tu devi essere quella che tira le fila”. Giovanni aveva molti dubbi sul lavoro che si svolgeva alle Edizioni ma era anche autocritico: “Ma forse sono io che non sono adatto, ché non capisco”. Eravamo a quel punto lì, che si stava tentando di tenere in piedi le Edizioni, quando capitò la tragedia e Giovanni morì»96.

In quel periodo alle Edizioni Giovanni si era occupato un po’ di tutto: dai rapporti con le banche e i fornitori, alla produzione discografica. Tentò di rendere il nostro gruppo un collettivo di lavoro paritetico, ci insegnò molte cose soprattutto da un punto di vista amministrativo, raddrizzò una situazione difficile, diede all’Istituto de Martino l’assetto di associazione, quello che mantiene tuttora, ci spinse a lavori su commissione, come una grossa ricerca collettiva lungo il corso dell’Adda, che si ottenne dalla Regione Lombardia grazie ai suoi buoni rapporti con Bassetti.

Su di me Giovanni ha avuto un’influenza fondamentale, non solo mediata dalle cose di cui ho scritto, ma anche immediata. In quegli anni fummo molto vicini. Parlavamo spesso in automobile durante viaggi di lavoro. Canticchiavamo canzoni americane, parlavamo dei suoi figli. Era bravissimo nelle trattative commerciali. Perfezionammo assieme la vendita del catalogo delle Edizioni del Gallo, ormai obsoleto, al Partito Socialista Italiano. Fu veramente abile, ci facemmo strapagare il nulla. In compenso mi disse che l’allora lombardiano Fabrizio Cicchitto – che con Francesco De Martino, Cavalli e altri, era nostro interlocutore – gli ricordava Raniero Panzieri. Qualche volta tutti prendono fischi per fiaschi.

Sul lavoro Giovanni era sempre pieno di dubbi su quanto si faceva, voleva capire perché lo si facesse. Faceva anche fatica a capire, perché era piovuto in un lavoro culturale e politico che – come ho detto – per il passato, benché presidente delle Edizioni Avanti! e poi delle Edizioni del Gallo, lo aveva poco coinvolto. Aveva avuto fiducia in Gianni Bosio e glielo aveva interamente affidato. Salvo poi non capire che cosa si stesse facendo in direzione della cultura orale, dato che era rimasto sostanzialmente legato al libro.

Trasferendosi a lavorare fisso alle Edizioni, aveva comunque mostrato molto interesse per il lavoro di ricerca orale che l’Istituto conduceva e si era dotato di un piccolo registratore con microfono incorporato, con grande rumore di fondo, che impiegò in quelle ricerche che gli erano più congeniali, ossia quelle legate alla ricerca urbana e contemporanea condotta con taglio militante. Registrò nel 1971 la manifestazione in occasione della liberazione di Pietro Valpreda e il funerale di Gian Giacomo Feltrinelli nel 1972.

Quel giorno andai con lui. Ricordo che arrivammo e posteggiammo nei pressi del Cimitero monumentale, rendendoci subito conto della tanta polizia presente e dei pochi – non più di mille – compagni che prendevano parte alla cerimonia funebre. Dopo avere salutato Camilla Cederna, entrammo nel cimitero e ci piazzammo fuori dalla calca, in un luogo un po’ appartato, a registrare. Prima parlò Régis Debray e poi Oreste Scalzone, sorretto sulle spalle di altri compagni.

Finita la cerimonia stavamo per andarcene quando comparvero, dall’interno del mausoleo che era la tomba di famiglia di Feltrinelli, la madre e altri famigliari. A me sembrarono dei morti viventi. Giovanni restò un momento perplesso e poi con un certo sbalordimento nei suoi occhi mobilissimi, mi disse: «Se Feltrinelli ha fatto veramente saltare quel pilone, in quel momento ha pensato che fosse sua madre». La cerimonia credo lo avesse particolarmente colpito per certi suoi aspetti deteriori, ma questo finale rievocava proprio un film dell’orrore. Giovanni mi disse che non avrebbe voluto essere seppellito al Monumentale.

Un’altra interessante registrazione di Giovanni è quella con Franco Platania e Luciano, militanti di Lotta Continua alla Fiat, interessante per capire il tipo di ricerche che facevano in quegli anni lui e Gigi Nono sui rumori di fabbrica, alla ricerca di nuovi ritmi e suoni propri delle lotte operaie97.

Per quanto concerneva la sua produzione personale all’interno delle Edizioni tendeva soprattutto a occuparsi del canzoniere internazionale e sperava di riuscire a fare decollare un’apposita collana. Si occupò con Ivan Della Mea del disco Compagno Vietnam e con Meri Franco Lao di quello delle Canciones Tupamaros 1972.

Del resto, sin dal 1969 aveva proposto dischi internazionali. Era stato il tramite con Augusta Conchiglia per la produzione del disco Angola chiama, uscito nel febbraio 1970.

Nel maggio precedente lui e Gigi Nono avevano proposto e fatto stampare Venezuela: in questo momento guerriglia. Il disco avrebbe dovuto fornire ai guerriglieri venezuelani, che erano per lo più analfabeti, dei rudimenti di guerriglia. I dischi avrebbero dovuto partire da Genova per nave. Ma all’appuntamento per il carico non si presentò nessuno.

In conclusione: Giovanni è una figura di spicco dentro a quell’area politico-culturale non ufficiale della sinistra socialista che ha annoverato Ernesto de Martino, Gianni Bosio, Luciano Della Mea, Alberto Mario Cirese, Raniero Panzieri e a cui si deve tra l’altro la pratica di forme di “conricerca” e di “inchiesta”, strumenti in grado di dare una base non ideologica e subalterna all’impegno e di reagire alla separatezza dell’intellettuale dalla vita sociale; e la nascita della “storia orale”.

Cosa posso dire ancora di Giovanni?

Era perseguitato ma anche ambivalente nei riguardi del suo nome, incompreso nel suo dramma personale. Racconta Goffredo Fofi: «Sempre negli anni “piacentini”, ricordo quest’aneddoto che allora mi parve buffo e ora mi sembra molto triste, di Giovanni a tavola con noi in una trattoria che con Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi frequentavamo spesso, che scarabocchia inconsciamente, mentre si parla, il suo illustre cognome su una tovaglia di carta, imitando il logo della ditta con la “p” lunghissima. Il cameriere, nostro amico, che non conosceva Giovanni, notò la scritta e gli batté cordialmente sulla spalla dicendo: “Le piacerebbe, neh, dottore?”»98.

Era anche un uomo dolcissimo, pieno di attenzioni. Si pensi che scrisse metodicamente per tutta la vita alla moglie del suo attendente caduto in Russia.

E Clara Longhini ha ricordato: «La cosa bella di Giovanni è che con me, vedendomi molto provata per la morte di Gianni, ha sempre avuto delle attenzioni amichevoli molto forti, delle premure per cercare di alleviare il mio dolore che vedeva e capiva. Per esempio, mi portava alle Edizioni dei mazzi di fiori profumatissimi al mattino, si presentava con questo mazzi di fiori e me li metteva sul tavolo. Oppure mi chiamava spesso a casa sua, che era in via Piave, vicina alle Edizioni, a mangiare. Mi diceva: “Ma perché non ti fermi a dormire da noi?”. Lui una sera mi ha fatto dormire lì e alla mattina siamo partiti con la sua automobile, una Giulietta, e voleva assolutamente che la guidassi; e io mi rifiutavo di guidarla categoricamente, dicendo: “Io non guido macchine così belle, così grosse. Non sono capace”. E lui “Smettila, come fai a dire che non sei capace, con tutti i chilometri che hai fatto e tutti i giri che hai fatto… devi guidarla”. Ma non c’è riuscito a farmela guidare»99. Chiaramente un tentativo di dare a Clara fiducia nelle sue capacità.

Nello studio di Varese, dove lavorava, vicino alla scrivania, ci sono una sopra l’altra le fotografie di Elio Vittorini, Raniero Panzieri, Gianni Bosio e Frantz Fanon. Questo è l’“album di famiglia” da lui stesso scelto, cui forse si potrebbero aggiungere Rodolfo Morandi e Amilcar Cabral. E il pugno di Lotta Continua, movimento a cui Giovanni fu assai vicino nell’ultima fase della sua vita e che ricordò nel testamento.

Morì a seguito di un incidente d’auto sul tratto di autostrada che collega Genova a Sestri Levante. Era l’11 marzo 1973. Riportò ustioni gravissime e lottò vanamente per ventidue giorni contro la morte, morendo il 3 aprile. Clara Bosio ricorda di essersi recata con Franco Coggiola all’ospedale di Sampierdarena non appena si seppe dell’incidente: «Marinella, che era l’unica che poteva entrare, gli ha detto che eravamo lì e lui ci ha mandato a dire di stare tranquilli per quel che riguardava le Edizioni; che lui aveva lasciato tutte le disposizioni necessarie se gli fosse successo qualcosa. Già tempo prima nelle sue volontà testamentarie aveva predisposto per garantire la continuità del lavoro che i debiti venissero tutti pagati dalla famiglia e soprattutto, data la sua idea del collettivo in cui io avrei dovuto avere funzione trainante, che le sue azioni delle Edizioni Bella Ciao, di cui lui aveva la maggioranza, venissero redistribuite tra i membri del collettivo ma in proporzione che io venissi ad avere la maggioranza relativa»100.

Oltre alla partecipazione azionaria di maggioranza nelle Edizioni del Gallo (poi Bella Ciao), Pirelli aveva sottoscritto una fideiussione che permetteva alle Edizioni un’esposizione bancaria fino a cinquanta milioni, e dopo la sua morte le Edizioni Bella Ciao poterono ripartire senza debiti con le banche.

Il funerale mosse dalla sede anpi di Sampierdarena. E fu come l’avrebbe voluto Giovanni: nessuna cerimonia religiosa, niente discorsi retorici, sepoltura semplice in presenza di partigiani, della moglie, dei figli, degli amici, là dove la morte l’avesse colto. Si cantò molto l’Internazionale e Bella ciao. Poi la bara fu inumata nel cimitero di Cerro, vicino a Laveno Mombello. Giovanni non voleva il funerale al Cimitero monumentale di Milano, dove c’era la tomba di famiglia, e fu esaudito.

Se oggi ripenso a Giovanni debbo confessare che, in questo paese così intriso di conservatorismo, mi sembra essere stato l’unico autentico rivoluzionario che io abbia conosciuto.

 

Note

  1. Giovanni Pirelli, Giovannino e i suoi fratelli, Milano, Fabbri, sd (ma 1972), pp. 9-10.
  2. A. Ettore Albertoni, Ezio Antonini, Renato Palmieri (a cura di), La generazione degli anni difficili, Bari, Laterza, 1962, p. 201.
  3. Alberto Pirelli, Giovanni Pirelli, Legami e conflitti. Lettere 1931-1965, a cura di Elena Brambilla Pirelli, Milano, Archinto, 2002, pp. 121-122.
  4. Indro Montanelli, Il Cippico della borghesia, in «Candido», 20 marzo 1948.
  5. Si veda Ugo Pirro, Osteria dei pittori, Palermo, Sellerio, 1994, p. 95.
  6. G. Pirelli, op. cit., pp. 10-11.
  7. Id, L’altro elemento, Torino, Einaudi, 1952.
  8. Diane Weill-Ménard, Vita e tempi di Giovanni Pirelli, Milano, Linea d’ombra, 1994, p. 58.
  9. Colloquio con Luigi Nono, Parigi 11 ottobre 1987 (reg. di Diane Weill-Ménard) in idem, p. 182.
  10. Elio Vittorini, Gli anni del Politecnico, a cura di Carlo Minoia, Torino, Einaudi, 1977, p. 181. Lettera a Giovanni Pirelli, Roma, 25 novembre 1949.
  11. Idem, p. 299. Lettera di Italo Calvino a Elio Vittorini, 2 febbraio 1950.
  12. Ibidem. Lettera di Elio Vittorini a Italo Calvino, Milano, 4 febbraio 1950.
  13. Ibidem.
  14. Giuliano Manacorda, “I gettoni”, Torino, Einaudi, 1951-1952, in «Rinascita», a. ix, n. 3, marzo 1952, p. 186.
  15. Ibidem.
  16. Lettera di Luciano Della Mea a Diane Weill-Ménard, Torre (Lucca), 4 aprile 1986.
  17. Corrado Stajano, Un uomo dopo la Resistenza. Senza speranza nel dopoguerra, in «Il giorno», 14 settembre 1974.
  18. G. Pirelli, op. cit., p. 10.
  19. A.E. Albertoni, E. Antonini, R. Palmieri (a cura di), op. cit., pp. 202-203.
  20. Idem, p. 203.
  21. Da un ricordo di Mario Bernardo, Trento, aprile 2007.
  22. Si veda Cesare Bermani, Al lavoro nella Germania di Hitler. Racconti e memorie dell’emigrazione italiana 1937-1943, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, p. 216.
  23. Idem, pp. 216-217.
  24. A. Pirelli, G. Pirelli, op. cit., p. 102. Lettera di Giovanni ad Alberto Pirelli, 10 [?] marzo 1946.
  25. Pietro Porchera, Giovanni Pirelli, in «Fatti e notizie», a. xxiv, n. 3/4, maggio 1973.
  26. Conversazione con Donato Barbone, Milano, 18 febbraio 1985 (reg. Diane Weill-Ménard).
  27. Vittorio Sereni, Giovanni Pirelli, in «Fatti e notizie», a. xxiv, n. 3/4, maggio 1973.
  28. Conversazione con Roberto Cerati, Torino, 28 febbraio 1967 (reg. Diane Weill-Ménard e Cesare Bermani).
  29. A. Pirelli, G. Pirelli, op. cit., pp. 186-187. Lettera datata Roma, 22 giugno 1956.
  30. Si veda la nota introduttiva di Gaetano Arfé, datata marzo 1973, e Notizia su un complesso di lavori per una storia del Partito socialista italiano in Gaetano Arfé, Il movimento giovanile socialista. Appunti sul primo periodo (1903-1912), Milano, Edizioni del Gallo, 1973, pp. 5, 127-142. Vito Teti mi ha fornito ulteriori notizie il 10 maggio 2008.
  31. ***, Organizzazione della cultura, in «Mondo operaio», n. 4, aprile 1957, pp. 50-51.
  32. Flaminio Gualdoni (a cura di), Vita intensa e luminosa di Marinella Pirelli, Milano, Skira, 1997, p. 38.
  33. Piero Malvezzi, Giovanni Pirelli (a cura di), Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Torino, Einaudi, 1952.
  34. Piero Malvezzi (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, Torino, Einaudi, 1954.
  35. G. Pirelli, Lettera a giovani che conosco e ad altri che non conosco, in P. Malvezzi, G. Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, Torino, Einaudi, 1969 (edizione abbreviata e commentata per le scuole), pp. 6-7.
  36. insmli, fondo Piero Malvezzi, Giovanni Pirelli, Presentazione delle “Lettere” all’Università popolare di Milano, 12 marzo 1955.
  37. G. Pirelli, La malattia del comandante Gracco, Torino, Einaudi, 1958.
  38. Si veda G. Pirelli, note di copertina ad Arrendersi o perire. Le giornate del 25 aprile, a cura di Giovanni Pirelli, Milano, I Dischi del Sole, DS 107/109, 1965.
  39. G. Pirelli , Indicazione e temi di discussione derivati dalle lettere della Resistenza europea in P. Malvezzi, G. Pirelli, Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, Torino, Einaudi, 1969, p. 300.
  40. Idem, p. 299.
  41. Idem, p. 300, nota 1.
  42. Ibidem.
  43. P. Malvezzi, G. Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, Torino, Einaudi, 1969, p. 8.
  44. Ada Gobetti, Diario partigiano, Torino, Einaudi, 1956.
  45. G. Pirelli, A proposito delle “Memorie” partigiane, in «Mondo operaio», a. ix, n. 10, ottobre 1956, p. 606.
  46. G. Pirelli, Il Consiglio della pace a Colombo (una informazione “Legittima”), in «Mondo operaio», a. x, n. 6, giugno 1957, pp. 13-14.
  47. Dante Bellamio, Pietà l’è morta. La Resistenza nelle canzoni 1919-1964, in «Il Nuovo Canzoniere Italiano», n. 5, febbraio 1965, pp. 58-61.
  48. Danilo Montaldi, Autobiografie della leggera. Ricerca sociologica sulle classi sociali nella bassa Lombardia, Torino, Einaudi, 1961.
  49. Conversazione con Roberto Cerati, cit.
  50. Si veda Goffredo Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino, Milano, Feltrinelli, 1964.
  51. G. Pirelli, A proposito di una macchina, Torino, Einaudi, 1965.
  52. A. Pirelli, G. Pirelli, op. cit., pp. 196-197. Lettera di Giovanni Pirelli al padre datata Verona, 16 aprile 1965.
  53. Verbali delle riunioni tra i compagni cinesi e i compagni della delegazione italiana organizzata dalle Edizioni Oriente, in «Vento dell’Est», n. 21, marzo 1971, pp. 5-177.
  54. G. Pirelli, Fanon, in I protagonisti, Milano, Compagnia Edizioni Internazionali, vol. xiv, 1972, pp. 393-420.
  55. Raniero Panzieri, La crisi del movimento operaio. Scritti, interventi, lettere 1956-1960, a cura di Giovanni Pirelli e Dario Lanzardo, Milano, Lampugnani Nigri, 1973.
  56. G. Pirelli, Giovannino e Pulcerosa, Milano, Edizioni Avanti!, 1954.
  57. Id, Storia della balena Jona e altri racconti, Torino, Einaudi, 1962.
  58. Id, Giovannino e i suoi fratelli, cit.
  59. Colloquio con Mario Dondero, Orta San Giulio, 25 aprile 2008 (reg. di Cesare Bermani).
  60. Janine Cahen, Micheline Pouteau, Una resistenza incompiuta. La guerra d’Algeria e gli anticolonialisti francesi 1954-1962, Milano, Il Saggiatore, 1964.
  61. Per tutte queste informazioni si rimanda a Rolla Maria Teresa Scolari, Gli intellettuali italiani e la guerra d’Algeria (1954-1962). Il caso di Giovanni Pirelli, tesi di laurea, a.a. 2000-2001, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, facoltà di Lingue e Letterature straniere, corso di laurea in Lingua e Letterature straniere, relatore: prof. Sergio Noja. Qui è riportato tra l’altro un colloquio con Janine Cahen, Parigi 13 marzo 2001 (reg. di Rolla Maria Teresa Scolari).
  62. J. P. S., Giovanni Pirelli nous à dit pourquoi il à écrit “Le peuple algérien et la guerre”, in «Alger Républicain», 9 aprile 1963, pp. 1, 6: «La letteratura algerina nel 1958-1959 era vasta ed abbondante, ma dava un punto di vista francese, sia che gli autori fossero per l’Algeria francese, sia che fossero partigiani dell’indipendenza».
  63. Patrick Kessel, Giovanni Pirelli (a cura di), Le peuple algérien et la guerre. Lettres et témoignages 1954-1962, Paris, Maspero, 1962.
  64. Id (a cura di), Lettere della rivoluzione algerina, Torino, Einaudi, 1963.
  65. R. M. T. Scolari, op. cit.
  66. Conversazione con Alice Cherky, Parigi, 14 marzo 2001 (reg. di Rolla Maria Teresa Scolari).
  67. Alice Cherky, Frantz Fanon. Portrait, Paris, Editions du Seuil, 2000.
  68. Conversazione con Alice Cherky, cit.
  69. R. M. T. Scolari, op. cit.
  70. Da un “Inventario-Progetto” per quel volume steso nel febbraio 1967 e conservato dattiloscritto nell’archivio di Giovanni Pirelli.
  71. G. Pirelli, Fanon, cit., p. 402.
  72. Giovanni Jervis, Prefazione a G. Pirelli (a cura di), Opere scelte di Frantz Fanon, Torino, Einaudi, 1971, p. 13.
  73. Racconti di bambini d’Algeria. Testimonianze di bambini profughi in Tunisia, Libia e Marocco, Torino, Einaudi, 1962, pp. 9-10. Il medesimo anno esce l’edizione francese: Les enfants d’Algèrie. Récits et dessins, Paris, Maspero, 1962.
  74. Idem, p. 9.
  75. D. Bellamio (a cura di), Dossier sul Portogallo, Milano, Edizioni Avanti!, 1963; Dossier dei comunisti cinesi, a cura della Libreria Terzo Mondo, Milano, Edizioni Avanti!, 1963.
  76. Luigi Nono (a cura di), Venezuela in questo momento guerriglia, Milano, I Dischi del Sole, SdL/AS/8, 1969; Angola chiama. Documenti e canti dalle zone liberate raccolti e presentati da Augusta Conchiglia, Milano, I Dischi del Sole, SdL/AS/8, 1970.
  77. «Quaderni piacentini», n. 11, luglio-agosto 1963, p. 45.
  78. Intervista di Fabio Milana a Sergio Bologna, Milano, 22 luglio 2005. Riportata in Giuseppe Trotta, Fabio Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta da «Quaderni rossi» a «Classe operaia», Roma, DeriveApprodi, 2008, p. 725.
  79. Si veda l’intervista di Fabio Milana e Paolo Ridella ad Antonio Negri, Parigi, 2 dicembre 2004. Riportata in idem, p. 810.
  80. Luigi Nono, A floresta è jovem e cheja de vida per nastri magnetici clarinetto voci lastre di bronzo, Milano, Archophon, AC 6811, sd.
  81. Id, Musica-manifesto n. 1, Milano, I Dischi del Sole, DS 182/184, 1969.
  82. Da una conversazione con Roberto Giammanco, Roma, 11 settembre 2003 (reg. Cesare Bermani).
  83. Lettera di Liliana Lanzardo a Diane Weill-Ménard, 12 giugno 1984. Cit. in D. Weill-Ménard, op. cit., pp. 131-132.
  84. Si veda G. Fofi, Prefazione a D. Weill-Ménard, op. cit., p. 10.
  85. Da una confidenza fattami da Antonio Bellavita subito dopo l’incontro alla Sapere, che allora editava «Potere operaio», tra Pirelli e membri della redazione del giornale.
  86. Dalla relazione di Margherita Scotti il 17 aprile 2008 al convegno “Giovanni Pirelli. Un industriale nella Resistenza” tenutosi a Trento, Palazzo Trentini, Sala Aurora.
  87. Conversazione tra Franco Borelli e Rolla Scolari, Milano, 13 giugno 2001, in R. M. T. Scolari, op. cit.
  88. Si veda al proposito C. Bermani, Una storia cantata. 1962-1997. Trentacinque anni di attività del Nuovo Canzoniere Italiano/Istituto Ernesto de Martino, Milano, Istituto Ernesto de Martino-Jaca Book, pp. 150-154.
  89. Quaderno, Appunti 1970, Archivio Bosio, Sesto Fiorentino, Istituto Ernesto de Martino.
  90. Ibidem.
  91. Quaderno, Appunti 1970 2°, Archivio Bosio, Sesto Fiorentino, Istituto Ernesto de Martino.
  92. Ibidem.
  93. Ibidem.
  94. Lettera di Giovanni Pirelli a Gianni Bosio, Varese, 23 ottobre 1970, contenuta nel Quaderno, Appunti 1970 2°, cit.
  95. Da un’annotazione di Gianni Bosio nel quaderno Appunti 1970 3° / Appunti 1971 1°, Archivio Bosio, Sesto Fiorentino, Istituto Ernesto de Martino.
  96. Colloquio con Clara Longhini, Fosdinovo, 3 agosto 2008 (reg. di Cesare Bermani).
  97. Uso del suono nella lotta proletaria. Conversazione tra Luigi Nono, Giovanni Pirelli e due operai torinesi, in «Il Nuovo Canzoniere Italiano», terza serie, n. 2, 1975, pp. 47-59.
  98. G. Fofi, Prefazione, cit., pp. 10-11.
  99. Colloquio con Clara Longhini, cit.
  100. Ibidem; e si veda la lettera di Giovanni Pirelli a Clara Longhini, 8 marzo 1972, conservata nell’Archivio Bosio, Sesto Fiorentino.