Ivan Della Mea

Ivan Della Mea

Ivan Della Mea all’Istituto Ernesto de Martino [ altre foto ]

 

Alessandro Portelli

Quando morì Gianni Bosio, suo amico, interlocutore, maestro, Ivan Della Mea gli dedicò una delle sua canzoni più belle: Se qualcuno ti fa morto. Se qualcuno ti fa morto, diceva, un motivo c’è: ti commemorano, ti fanno elogi e monumenti di parole, ma se ti fanno morto è perché non credono più alle ragioni della tua vita. Basterebbe una canzone come questa per complicare quell’etichetta di “cantante di protesta” che Ivan Della Mea si portava appresso fin dagli anni ’50 – come se avesse da dire solo cose contro cui lottare, e non anche moltissime cose per cui vivere. Ivan ha cantato, scritto, parlato la politica e le lotte, ma soprattutto i sentimenti, i rapporti che a quelle lotte davano, e se non vogliamo farlo morto, daranno ancora un senso.
Nato in Toscana, cresciuto a Bergamo, cantava in milanese le sue canzoni rivolte a Gianni Bosio: ti ricordi, Giovanni, del quarantotto, quei bei tempi di buriana, “vegniven giù da la rocca de Berghem i tusan braccia’ su tucc’insema, tutt’insema cantaven, cantaven – Bandiera Rossa, Giuan, te se ricordet…” Il suo comunismo cominciava – “avevo otto anni, calzettoni e due grandi occhi per guardare” – con quell’immagine di amicizia e di gioia, era quello il mondo sognato da creare. E quando poi i ragazzi sconfitti cantavano ancora Bandiera Rossa, la guerra e la rabbia che avevano negli occhi era quella di chi è respinto a forza in un mondo cupo di solitudine e repressione.
Accanto alla grande violenza della restaurazione clericale e della guerra fredda, Ivan cantava la “piccola violenza” del mondo familiare, e – come suo fratello Luciano, un altro maestro della nostra cultura e della nostra storia – ci vedeva le radici della violenza maggiore. Quando comprai titubante il suo primo disco, i suoni con cui cominciava – il rumore antimusicale di un motore di scooter – mi sconcertarono, e altrettanto mi sconcertava la sua voce non canonica e imperfetta. Ma “Io so che un giorno” era la più acuta e poetica denuncia che avessi ancora sentito del nuovo mondo che avanzava, che ti comprava il cervello in cambio di una lavatrice, che trattava per matto chi cercava altre libertà (Luciano ne sapeva qualcosa), e che mascherava tutto sotto una coltre di bianco elettrodomestico e manicomiale. Il rumore, le imperfezioni, anche la qualità ruvida di una registrazione fatta in economia, erano tutti segni di una resistenza a quella bianca pulizia senz’anima.
Non è stato un cantore di vittorie, di sorti magnifiche e progressive di un comunismo portato dall’onda della storia. A ripensarci, tante delle sue canzoni parlano di sconfitte, di compagni uccisi (Serantini, Ardizzone), di lotte andate a male – e della orgogliosa determinazione a ricominciare. La sua canzone più cantata, quella entrata davvero nella tradizione orale, “O Cara Moglie”, è la storia di uno sciopero sconfitto, di un operaio licenziato, del ricatto padronale che convince o costringe tanti operai a chinare la testa e rientrare in fabbrica – e gli scioperanti che gli gridano crumiri e venduti, ma vedono la loro umiliazione anche come un’offesa fatta a se stessi. Ma la storia è raccontata nel calore di una cucina operaia, condivisa con l’amore familiare, con la proiettività nei confronti del figlio che si trasforma in orgoglio e insegnamento. Alla grande violenza della repressione e dei licenziamenti risponde, stavolta, la “piccola” resistenza dei sentimenti, dell’amore, della dignità. E da qui si ricomincia, oggi come allora.
La cucina di “O cara moglie” è anche un pezzo di quel mondo popolare, “di ringhiera”, in cui Ivan si è sempre riconosciuto. Da questo mondo viene la più perfetta della canzoni, “El me gatt”, a questo mondo ha dedicato un disco (“Ringhiera”), e questo mondo frequentava in quell’“arcicorvettocheincormistà” di cui ci raccontava ogni tanto nelle sue lettere al manifesto, e che in cuor gli stava anche quando i discorsi che sentiva lì dentro non gli andavano più tanto bene – un po’ perché al cuore non si comanda, e un po’ perché una cosa sono i discorsi e un’altra le persone, e che se certe persone a cui si vuol bene parlano in un certo modo un motivo ci sarà e noi dobbiamo ascoltare e capire per cambiare.
Ivan aveva fatto una vita faticosa e logorante negli ultimi anni, in continuo movimento fra Milano e Sesto Fiorentino, per tenere in vita la creatura più importante e più amata, sua, di Gianni Bosio, di Franco Coggiola, e di tanti che da loro avevamo imparato: l’Istituto Ernesto de Martino, il cuore della memoria e della cultura profonda di un’Italia che vogliono annullare e farci dimenticare. Era davvero un sacrificio, non solo per la fatica fisica ma anche perché in fondo quella di organizzatore e dirigente non era neanche la sua vocazione – ribelle fino in fondo, si adattava con sforzo generoso alle esigenze dell’organizzazione, dell’ordine, dell’ammninistrazione. Ma davvero non c’erano altri che potessero farlo, che rappresentassero così intensamente quella storia (comprese le divisioni, i conflitti, le riconciliazioni, gli incontri) di persone, di suoni, di parole, di carte. Anche questo era un dovere d’amore.
Come facciamo a non “fare morto” l’indimenticabile Ivan Della Mea? A me la notizia arriva via internet mentre sono a Whitesburg, in Kentucky, e ieri ho ascoltato una giornata bellissima di musica e di condivisione, creata da Appalshop, un’organizzazione praticamente sorella del de Martino. Leggendo la notizia di Ivan ho pensato che se fosse stato qui ieri si sarebbe divertito e si sarebbe sentito a casa, non tanto per la politica felicemente obamiana (su cui sono sicuro che avrebbe avuto qualche critica) quanto perché quello che ha sempre cercato di fare è stato di tenere insieme le persone in nome di un desiderio bello e sensato, di festa e non solo di lotta. In un film prodotto da Appalshop, Sara Ogan Gunning, una delle voci più grandi della canzone proletaria americana, canta in una canzone la storia della sua vita e conclude “e cantate sempre le mie canzoni”. Per non fare morto Ivan Della Mea, cantiamo ancora “A quel omm”, “La pipa di Costante”, “A Costabona”… Ma ricordiamo anche quello che Phill Ochs diceva, in memoria di Woody Guthrie: “Oggi tutti cantano le sue canzoni, ma che senso ha cantarle senza le ragioni per cui lui le ha scritte?” Le ragioni di Ivan erano tante, qualche volta contraddittorie. Ma lo possiamo salutare con la parole che Gianni Bosio gli disse, e che lui canta, dopo una grande giornata di ricerca sul campo in Toscana: “qualcos’em fatt”. Grazie a Ivan, qualcosa abbiamo fatto e molto ci resta da fare.

 

L’ultimo volo del colmurano
Pape Mbabe Diaw

Se ne andato il gigante al cuore d’ORO. Ivan aveva un cuore grande come la sua statura
È stato l’ultima persone che mi ha chiesto un articolo sul mio essere italiano
Scherzando, mi diceva di do 15 giorno. Non fare l’africano.
Dopo 15 giorni non avevo ancora scritto niente, perché non mi ero mai posto questa domanda
Con la sua grande rizzata mi diceva , sapevo che ti avrei messo in difficoltà.
Quando lo conosciuto la prima cosa che mi ha colpito, è stata la sua grande Umanità
Una persona Umile allegra le sue rizzate mi rimbombano ancora all’orecchio
Sapeva costruire relazioni umane, cosa molto rara nei nostri tempi
Il rispetto dell’altro, chiunque essa sia, per tutte queste cose sarai sempre nei nostri cuori
Scusate l’emozione ho perso un fratello, un amico, ma è solo un arrivederci Ivan
Madre mettimi le canzoni di Ivan, raccontami le veglie buie, e ridimmi l’orgoglio dei miei Padri.
Voglio piangere fino ad adormentarmi
Pape

 

Annamaria Rivera

Solo ora riesco a scrivere di Ivan. Solo dopo che gli abbiamo dato l’addio in una cerimonia bella e intensa, con moltissime persone, poche testimonianze, molta musica, centinaia di pugni chiusi. E una commozione corale tanto forte quanto contenuta dallo spirito che caratterizza quelle persone speciali: l’ironia e la fierezza, e la volontà di andare avanti, non domata dai tempi grami e dalle miserie della sinistra, neppure dall’irreparabile assenza di Ivan.
Lo hanno detto, ognuno a modo suo, le nove persone che Clara Longhini, la sua compagna, interpretando i desideri di Ivan, ha voluto che prendessero la parola: Stefano Arrighetti, Cesare Bermani, Maria Luisa Betri, Antonio Fanelli, Luigi Pestalozza, Giovanna Marini, Emanuele Patti, Dante Bellamio, io stessa.
Stefano Arrighetti, che di recente è succeduto ad Ivan nella direzione dell’Istituto “Ernesto de Martino”, ha ricordato la sua attività densa e molteplice ma ha anche parlato di progetti, di cose da fare, di come proseguire la sua opera. Cesare Bermani, così affranto da riuscire a stento a prendere la parola, pure ha trovato la forza di polemizzare con il narcisismo dei ceti politici della sinistra radicale, che ci ha privati di tutto, ha detto, perfino di una rappresentanza in Europa.
E più tardi è il Micio di Piadena che mi consola esortandomi a continuare le cose che a lui stavano a cuore. E i due Ciarchi, pilastri nella vita di Ivan, sono lì a raccogliere testimonianze, a registrare, perché l’ultimo spettacolo di Della Mea sia bello e potente come gli altri.
Una cerimonia, ho pensato, come sarebbe piaciuta ad Ivan, se in quella bara non ci fosse stato lui.
Ci sono persone rare che hanno l’aura, come si dice. Ivan Della Mea ce l’aveva. Ed era un impasto di creatività, coraggio, ironia, audacia, sensibilità, intransigenza morale e politica, amore profondo per la vita e per le creature, umane e non umane. Chi ha l’aura può essere anche un rompicoglioni, e Ivan a volte lo era, ma infine attrae e unisce tutto ciò che si può unire in un cerchio dialettico, dove il consenso e la critica, l’accordo e il dissenso, l’armonia e le dissonanze, l’affetto e la polemica possono stare insieme. E’ l’opposto del tribuno, del capo, del leader populista, del segretario di partito come lo si intende oggi. Ho pensato che quella cerimonia è stata una piccola metafora di ciò che la sinistra non è e potrebbe essere.

 

Per Ivan Della Mea
Annamaria Rivera

Se penso ad Ivan
-dice un compagno-
mi tornano in mente
i picchetti davanti alle fabbriche
e le notti e le albe operaie
punteggiate dalla sua voce.

Se penso a lui
-dice il compagno-
ancora sento
quello strano odore di ruggine
e il sapore di cattivi caffè
e gli altoparlanti del sindacato
che alternavano Montand
con Della Mea
“Amor, dammi quel fazzolettino”
con le sue canzoni più intense.

Se ci penso
-dice il compagno-
finanche i crumiri
le nostre bestie nere
acquistano un poco di dignità
nobilitati dal mio ricordo
di quel tempo migliore.

Se penso ad Ivan
-gli rispondo-
nel mio tempo
non ci son più
squarci e ferite
perché Ivan è stato
la colonna sonora
che ha scandito
e dato senso
al fluire degli anni
anche anni infelici ed oscuri.

E il senso dimora
nel suo perenne cercare
e interrogare
e provare a immaginare
addirittura a vivere
l’utopia gentile ed impervia
d’un mondo dove quel che
per approssimazione
chiamammo comunismo
è anche rispetto e tenerezza
per le creature
umane e non umane
è anche ricerca e passione
della bellezza
è anche gusto del gesto
creatore e sovversivo
che fa cominciare ogni cosa
daccapo.

E se penso a lui
penso a una piccola utopia
realizzata
perché Ivan ed io
mai abbiam litigato
mai uno screzio
mai neppure un’asprezza di tono
fra due di carattere tanto spinoso
come dicono gli altri.

Se penso ad Ivan
penso a quel che ha scritto
la mia nipotina
più che trentenne:
sono una che a sei anni
già cantava “O cara moglie”
e i dischi di Ivan li sceglieva da sola.
Sono una che ora piange
mentre ascolta l’Internazionale
quella sua e di Fortini.
Sono una che a sei anni
da Ivan ha imparato
che cantando si può dire la realtà
rispettarla per lo meno
un poco perfino cambiarla.

Forse,
caro compagno,
il nostro avvenire non è
già tutto avvenuto,
come tu temi,
se ci sono nipoti
e poi figli di nipoti
ad amare Ivan
quasi come noi
lo abbiamo amato.

 

Noi non ti faremo morto
Donato Antoniello, in «Lavoro Società», anno I, numero 5, 15 luglio 2009, p. 6

Ivan Della Mea è morto il 14 giugno 2009 alle ore 1:30. Avevo commentato con lui, alcune ore prima, l’ultimo suo intervento su Il Manifesto del 12 dal titolo Brucia Compagno brucia, una feroce accusa alla dirigenza della cosiddetta sinistra (esclusa, ormai, oltre che dal Parlamento italiano anche da quello europeo e dalla maggior parte degli enti locali che hanno rinnovato le amministrazioni) e, come faceva sempre, indicava una strada da percorrere citando Di Vittorio, Novella, Santi, Trentin, Luciano Romagnoli e pochi altri, fino alla citazione del suo carissimo amico, Primo Moroni, che documentò, su richiesta del Sindacato, come già alla fine degli anni ’80 si stavano sviluppando, in alcune frange della classe operaia, «…razzismo, intolleranza e non di rado fancazzismo ed egoismo e anche antipartitismo per dire anticomunismo sono costanti assai presenti sulle quali nessuna cultura contro veniva attivata e dunque nessuna politica. Si può essere cigiellisti e leghisti e razzisti e lo si è in molti casi. È questa – dice Ivan – io credo la miseria della politica di oggi e della cultura che l’informa». Chi ha voglia di fare chiarezza su queste contraddizioni? Chi ha la coscienza compagna di dire all’operaio sindacalizzato che discriminare, emarginare, fare pratica costante di razzismo e di differenzialismo significa essere fascisti dentro? Non lo vede, Ivan, questo coraggio né l’urgenza di un fare politica che sia anche fare cultura in questo senso: e cioè in contrapposizione e in rivolta.
Questa urgenza, invece, lui la sentiva e aveva caratterizzato tutta la sua vita: in contrapposizione e in rivolta, sì, fin da quando nel lontano 1956 si iscrisse al PCI, aveva 14 anni.
«L’ho amato dal ’68», ricorda Agostinelli, «quando con una chitarra strapazzata con la forza di un militante avido di un futuro senza ingiustizie ci annodava alla storia della Resistenza di Gioan (con la Ringhera), anticipava il grande fratello odierno con l’allucinante uomo bianco della società dei consumi (Io so che un giorno…) si addolciva improvvisamente con il lamento del licenziato che parla al figlio (Cara moglie). Le canzoni di Della Mea facevano da colonna sonora alle proteste degli studenti e degli operai e parlavano una lingua diretta, al punto da introdurre naturalmente e felicemente i comizi più partecipati e le manifestazioni più intense. Poi, l’ho avuto amico e vicino in tutte le lotte sindacali e nelle battaglie civili, quando la sua prosa diventava più ardita, vicina alla poesia, cantata con la raffinatezza dei fratelli Ciarchi o modulata sotto l’attenzione ammirata di Giovanna Marini».
Nella lunga carriera di Ivan Della Mea musica e militanza nelle forze della sinistra sono unite sin dall’inizio. Le sue prime incisioni compaiono in Canti e inni socialisti, compilation prodotta nel 1962 per il 70° anniversario del Partito Socialista Italiano. La tradizione politica del folk italiano è stata sempre la sua costante ispirazione, sin dai primi lavori. Come Ballate della piccola e della grande violenza, LP uscito per l’etichetta discografica Dischi del Sole, la stessa di Giovanna Marini e Paolo Pietrangeli, una collana fondamentale per la cultura italiana in una stagione in cui la musica accompagnava i fermenti giovanili degli anni ’60 e testimoniava dello stretto legame tra la politica della sinistra e le lotte del nostro Paese.
Con Gianni Bosio era stato tra i fondatori del Nuovo canzoniere Italiano e dagli anni ’90 era direttore dell’Istituto Ernesto De Martino di Sesto Fiorentino: uno dei personaggi simbolo della canzone militante italiana e del lavoro di recupero e riscoperta della tradizione popolare, che dagli anni ’60 in poi ha rappresentato una appendice musicale della lotta politica. Ivan Della Mea ha avuto anche esperienza cinematografiche e letterarie. Nel 1969 partecipa alla scrittura della sceneggiatura di Tepepa, cult movie dello spaghetti western interpretato da Thomas Milian e Orson Welles. Con Roberto Benigni partecipa nel 1979 a I Giorni Cantati di Paolo Pietrangeli. Tra le sue opere letterarie Il sasso dentro del 1990 e Sveglia sul buio del 1997. Per Jaca Book è uscita da pochi mesi la sua autobiografia Se la vita ti dà uno schiaffo. Giornalista pubblicista ha curato rubriche per L’Unità e per Liberazione e ha collaborato a lungo con Il Manifesto. È stato anche direttore responsabile de Il Grandevetro, bimestrale di politica e cultura, per il quale scrivevano anche suo fratello Luciano, il “grande” Sergio Pannocchia, Edo Cecconi e molti altri compagni che non ci sono più.
Sull’ultima di copertina del suo libro Accadde a Tuscamelot – cose di vita cose di delirio, è lo stesso Ivan a fare una sintesi della sua autobiografia:
«Ivan Della Mea nasce Luigi e lucchese nel 1940. Nel 1956 molla il Luigi e si chiama Ivan. Lift d’albergo bergamasco a otto anni (3 mesi), fattorino con triciclo di una drogheria milanese, senza triciclo del “Calendario del Popolo” di Giulio Trevisani; operaio elettromeccanico, verniciatore, elettricista, cameriere, barista, correttore di bozze, revisore editoriale, pubblicista, cantautore, scrittore, forse poeta, soggettista e sceneggiatore con Franco Solinas del film western Tepepa; dieci LP 33 giri, due CD audio, tre dischi 33 giri 17 cm., tre 45 giri, tre romanzi pubblicati, un libro di massime e aforismi vicitore del Premio Forte dei Marmi 1992 (per il libro più divertente dell’anno), una raccolta di racconti, tre raccolte di poesie o di qualcosa che alla poesia somiglia. Presidente dell’Istituto Ernesto De Martino a Sesto Fiorentino, scrive su “L’Unità!”, “Il manifesto”, “Liberazione”, “La Rinascita della sinistra”, “Il Grandevetro”. Comunista resistente, interista paziente».
Ivan dimentica di citare il circolo Arci Corvetto di Milano, il famoso circoloarcicorvettocheincormista, per il quale era stato anche responsabile e che era la sua seconda casa e che lo ha ospitato il giorno dell’addio in una cerimonia bella e intensa.
«Ci sono persone rare che hanno l’aura», scrive Annamaria Rivera, «e Ivan Della Mea ce l’aveva. Ed era un impasto di creatività, coraggio, ironia, audacia, sensibilità, intransigenza morale e politica, amore profondo per la vita e per le creature, umane e non umane. Chi ha l’aura può essere anche un rompicoglioni, e Ivan a volte lo era, ma infine attrae e unisce tutto ciò che si può unire in un cerchio dialettico, dove il consenso e la critica, l’accordo e il dissenso, l’armonia e le dissonanze, l’affetto e la polemica possono stare insieme. È l’opposto del tribuno, del capo, del leader populista, del segretario di partito come lo si intende oggi».
Ciao, caro e dolce compagno Ivan. Mi mancheranno la tua voce di “rabbia” e il tuo sogno rivoltoso non violento, le tue risate, le tue telefonate e gli abbracci e la tua voglia di lottare, sempre, per un “processo rivoluzionario: la costruzione di una nuova scienza dell’ organizzazione culturale. Un lavoro da compagni per i compagni di oggi, di ieri e di domani”, in una “lotta che uguale l’uomo all’uomo farà!”. Noi non ti faremo morto, chi ha compagni non muore.