Ciao Alberto

Ci ha lasciato Alberto D’Amico. Aveva 76 anni ed era stato uno dei protagonisti della canzone politica e di protesta sociale. Per i Dischi del Sole aveva inciso due LP: Ariva i barbari e So’ nato scorpion e nella serie sperimentale era uscito Il mio partito saluta Mosca. Inoltre aveva partecipato allo spettacolo teatrale del Nuovo Canzoniere Italiano su La grande paura, dedicato al biennio rosso e alla occupazione delle fabbriche nel 1920. Abbiamo chiesto un ricordo di Alberto D’Amico a Gualtiero Bertelli e ne è venuto fuori un ritratto davvero intenso che ci piace condividere con voi.

Alberto D’Amico

Alberto D’Amico
Un veneziano al sole di Cuba

Alberto D’amico, concepito a Trapani, ma nato a Venezia, è morto nella notte tra il 18 e il 19 giugno, all’età di 76 anni, a Cuba, dove viveva con la moglie cubana, sposata venticinque anni fa.
Una vita in mezzo al mare, su tre isole diverse per clima, storia e cultura che hanno contribuito in modo differente, ma sostanziale, a plasmare il carattere e il pensiero, a guidare i comportamenti di Alberto.
Benché avesse trascorso gli anni della sua infanzia e della prima adolescenza alla Giudecca, non avevo mai avuto occasione di conoscerlo.
Non era neanche probabile che potesse succedere in quella lunghissima spina che chiude il bacino di San Marco e il largo canale che indirizza le navi verso Marghera. Vivevamo in due quartieri separati, situati agli estremi, simili nella miseria di case popolari e casermoni e nelle storie vissute dai loro abitanti.
Molte di queste storie si ritrovano nei canti di Alberto, ancor più che nei miei poiché ancor più urbana è la poetica che pervade le sue canzoni. In esse ha raccolto un campionario di umanità che oggi può apparire improbabile, ma che era il prodotto di scavi profondi nelle vite di buona parte dei dodicimila isolani degli anni cinquanta.
La sua attenzione è stata fortemente attratta da vite al limite, da giochi infantili crudeli, da pianti adulti tra le mura di un carcere.
Da queste vite fa anche emergere elementi di una religiosità popolare che da del tu alla “Mama Madona”, che costruirà una chiesa che arriverà al cielo (quella del SS. Redentore di Palladio) per fermare la tremenda peste che nel quattordicesimo secolo falcidiò gli abitanti della città e dell’intera Europa.
Alberto ha questo sguardo lungo sulla storia di questa sua terra e riesce ad intrecciarla con vicende che arrivano dirette ai nostri giorni, perfino a quelli che stiamo vivendo.
Questa sensibilità si esplicita in un canto che a mio parere non è la sua composizione più bella, ma certamente la più popolare, la più amata, la più cantata da gruppi e singole persone: Ariva i barbari, un’epopea che parte da “i barbari” che arrivano a cavallo ed hanno “do corni par capèo” e giunge alle elezioni amministrative della seconda metà del secolo scorso quando la sinistra riconquista il Consiglio Comunale di Venezia. Una cavalcata davvero barbarica, piena di veemenza e coraggio, regalando spaccati della condizione di vita più misera (dormiremo sotto da prova, magnaremo poenta e pesse, coversi el fio che tosse…) e di esistenze dorate al di sopra di ogni immaginazione. C’è qualche cedimento alla storia scolastica ed aneddotica, ma anche una sincera esigenza di lettura non convenzionale dell’arco storico dello Stato tra i più longevi e identitari d’Europa.

Quando incontravi Alberto per la prima volta non avevi dubbi su quale potesse essere la sua terra di origine. La pelle, i capelli, la barba neri, la faccia scavata sul legno con un coltello, la struttura brevilinea e asciutta, la statura piuttosto contenuta lo facevano somigliare al “feroce Saladino” dei pupi siciliani. Per questo la sua parlata veneziana sembrava un doppiaggio ben riuscito. Ma in casa parlavano la loro lingua, il siciliano, anzi il trapanese, come amava precisare. Rivendicava la sua doppia origine come un bene prezioso e ogni occasione che gli si presentava per scendere nel mezzogiorno era la promessa di una boccata d’aria di famiglia.
Aveva un carattere forte e combattivo, difendeva le proprie idee in modo molto determinato, specialmente quando le coglieva un po’ deboli o sotto accusa.
Entrò a far parte del Canzoniere Popolare Veneto, che Luisa Ronchini ed io avevamo fondato alla fine del 1964, nella primavera dell’anno successivo. Si presentò in compagnia del pittore Romano Perusini, che ci ospitava per le prove nel suo studio veneziano, e ci disse che gli piaceva cantare. Non sapeva suonare nulla e non aveva la minima idea di che cosa noi cantassimo. Si era incuriosito alle descrizioni di Romano e voleva provare. Si portò a casa un po’ di dischi e tornò dopo una quindicina di giorni facendoci ascoltare i canti della Resistenza che aveva imparato.
La voce era molto piena ed aveva una discreta padronanza della stessa.
Ci disse che i canti gli piacevano e che si sarebbe procurato una chitarra.
Dopo un altro paio di settimane eseguiva i primi accordi e aveva scritto la sua prima canzone. Come spesso accade all’inizio, era un brano che peccava di ingenuità sia nel testo, che raccontava la vita di un panettiere, che nella musica, ma il ragazzo si era impegnato sul serio.
Iniziava così un percorso che, non senza discussioni e dissidi, lo porterà ad essere considerato cantore della Venezia proletaria con pieno merito.
Poi la partenza per Cuba, i brevi rientri estivi con qualche concerto da solo o con musicisti provenienti da antiche frequentazioni, qualche serata a due con me e una produzione che, a mio avviso, si andava impoverendo di quella che era stata la sua forza: aderenza alla città ed alla sua gente.
L’ultimo suo lavoro, Flores registrato e mixato a Cuba, mette insieme idee datate con folklore cubano. Malgrado i bravi musicisti e un delizioso coretto di ragazze, il nostro Alberto stava dando segni di smarrimento. Ma nessuno ci ha fatto caso. I suoi appassionati cultori hanno continuato e continueranno ancora a cantare Ariva i barbari a cavalo, Giudeca nostra abandonada, la spendida Cavarte dal fredo e cantando ritroveranno Alberto D’Amico accanto, con il suo sorriso furbo, le sue battute talvolta caustiche, la sua bella voce calda e la faccia da Feroce Saladino.

Gualtiero Bertelli
Mira, 19 giugno 2020

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Martedì 19 maggio 2020: riapriamo

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Facendo seguito al Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 17 Maggio 2020 che, in allegato, contiene le disposizioni sanitarie in merito alla riapertura di Musei, Archivi e Biblioteche, il Presidente della Giunta Regionale Toscana, sempre in data 17 maggio, ha emanato l’Ordinanza n° 57 che conferma, per la Toscana, la riapertura di Biblioteche e Archivi, pubblici e privati.
Dunque, dopo due mesi di chiusura e ancora in assenza di iniziative pubbliche (concerti, presentazioni di libri e quant’altro), riapre la sede del nostro Istituto. Ovviamente dovremo tenere ben presenti le indicazioni contenute nel DPCM del 17 maggio, a cominciare da quelle di contenimento del virus e dalle informazioni precise a soci e fruitori dei nostri spazi interni ed esterni.
Ecco alcune informazioni importanti:

  • a partire da Martedì 19 Maggio, la sede dell’Istituto Ernesto de Martino sarà aperta al pubblico tutti i giorni dal Lunedì al Venerdì dalle ore 15,30 alle 19,00 solo su appuntamento e non più di due persone per volta. I visitatori dovranno obbligatoriamente indossare la mascherina; noi metteremo a disposizione guanti monouso e gel per l’igiene delle mani. Coloro i quali devono consultare i nostri Archivi per le loro ricerche, nel momento della prenotazione, sono pregati di indicare l’argomento che interessa. Per prenotare potete inviare una mail a iedm[chiocciola]iedm.it oppure telefonare
    allo 0554211901 oppure al cellulare 3319861781 e risponderà Stefano Arrighetti;
  • i soci dell’Istituto sono invitati a venire in sede durante gli orari di apertura per il rinnovo delle Tessere alla nostra Associazione: saranno i benvenuti dopo questi mesi di distacco e non presenza;
  • tutti i materiali (libri, documenti, supporti audio video) in entrata e/o di ritorno all’Istituto saranno messi in isolamento e non disponibili alla consultazione per un periodo di 10 giorni.

Vogliamo infine ringraziare tutti quei soci e amici e compagni che in questi mesi ci sono stati vicino seguendoci sul sito o con le loro mail e il telefono. Ora proveremo a ripartire dalla sede aperta, in attesa di poter definire un programma per le nostre iniziative pubbliche, a partire dal nostro InCanto 2020.

Vi aspettiamo.

Stefano Arrighetti

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Lettere dall’Italia

Alcuni giorni fa Maurizio Geri, bravissimo chitarrista manouche, già con Caterina Bueno e ora protagonista con Riccardo Tesi del gruppo Banditaliana, ci ha inviato questo suo progetto/video, pensato e realizzato in questo tempo sospeso, con il contributo e la partecipazione di molti volti e voci del canto popolare italiano. Lettere dall’Italia. Mille fiori sulle barricate è una linea melodica unitaria in cui si inseriscono tutti i dialetti italiani e tutte le storie delle nostre Regioni e territori. Il risultato evidenzia la complessità e le differenze, non solo nella lingua, di questo nostro paese; la speranza è quella di una nuova unità. Viene in mente il titolo di un vecchio libro di Giovanna Marini, Italia quanto sei lunga, e quanto è lungo il viaggio e quanti gli incontri necessari. Molti dei musicisti che vedrete e sentirete cantare nel video sono nostre vecchie conoscenze, hanno partecipato a tante nostre iniziative promosse dal de Martino. L’auspicio è quello di ritrovarci tutti insieme nel cortile di Villa San Lorenzo il prima possibile, e sarà sempre tardi.

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Arrendersi o perire

25 Aprile 2020: a settantacinque anni dalla Liberazione ci mancheranno le “celebrazioni ufficiali”, figuriamoci quindi il corteo di Milano o il pranzo di Fosdinovo oppure in San Niccolò a Firenze o la giornata di Casa Cervi; ci mancheranno i nostri canti, ci mancherà il nostro incontrarci.
Invece qualcuno non ci ha fatto mancare la sua soddisfazione per il coronavirus che «ci libera della retorica del 25 aprile» (Sallusti).
Anche per questo motivo abbiamo voluto riproporre un vecchio LP dei Dischi del Sole del 1965, curato da Giovanni Pirelli. Nella presentazione di Arrendersi o perire Pirelli scriveva che «[…] ci siamo messi al lavoro per proporre […] qualcosa che riportasse il duro senso, l’aspro sapore di una guerra che fu anche guerra civile, di una lotta che fu anche lotta di classe; da rivivere al presente, perché sempre presente, finché vi saranno oppressi e oppressori, è la necessità di insorgere»; oggi verrebbe da dire risorgere.
Quello che sentirete è un documento sonoro pensato come una «cronologia delle giornate insurrezionali», come se i fatti fossero registrati in diretta; ma è anche un modo per ricordare oggi i protagonisti reali di un evento, la Resistenza, che qualcuno, a ragione, definisce il Natale della nostra democrazia.
Ringraziamo le Edizioni Musicali Ala Bianca/Bella Ciao per averci consentito questa pubblicazione di Arrendersi o perire.
Buon 25 Aprile a tutti e a tutte.

Copertina – fronte
(clicca per vederla in alta risoluzione)

Arrendersi o perire - Copertina - Fronte

Copertina – retro
(clicca per vederla in alta risoluzione)

Arrendersi o perire - Copertina - Retro

Un approfondimento a cura di Mariamargherita Scotti

Quando Giovanni Pirelli cura, in collaborazione con Giuseppe Gozzini (per le ricerche), Dante Bellamio, Cesare Bermani e Michele L. Straniero (per le registrazioni), Cesare Bermani e Angelo Ephrikian (per l’allestimento), il disco Arrendersi o perire, è già da tempo noto come curatore, insieme a Piero Malvezzi, dei volumi di Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (1952) ed europea (1954), due importanti classici della memoria collettiva sulla seconda guerra mondiale, un “testo sacro” conosciuto, letto, insegnato e citato fino ai giorni nostri. Amico e collaboratore di Gianni Bosio fin dai tempi della rivista «Movimento operaio» – a cui si avvicina dopo aver frequentato, a Napoli, l’Istituto italiano per gli studi storici di Benedetto Croce – nel corso degli anni ’50, quasi suo malgrado (la sua vera vocazione, allora, è infatti quella di scrittore) e proprio in virtù del successo delle Lettere, Pirelli si accredita all’interno del Partito socialista quale militante provvisto di particolari doti di organizzatore nel campo della cultura. Se molti dei suoi interventi del periodo su riviste e giornali di partito (e non solo) riguardano proprio il tema della Resistenza e della sua storia, già nel 1959, in occasione del primo convegno dedicato alla storiografia sulla Resistenza organizzato dall’Istituto nazionale di storia del movimento di liberazione in Italia, Pirelli si schiera al fianco di quei giovani che insistono per un rinnovamento degli studi del settore. A sette anni dalla prima pubblicazione delle Lettere, Pirelli appare tra i fautori di una storia della Resistenza che si liberi dai “monumenti” per dedicarsi ai documenti e alla loro discussione critica, in totale sintonia con una nuova generazione di storici che mal sopporta di vedere la lotta di Liberazione imbalsamata in un monolite da celebrare senza approfondire, comprendere, documentare e distinguere. La Resistenza, per Pirelli, non si è affatto chiusa con il 25 aprile, e, in quella stessa fine di decennio, sembra ripresentarsi – per lui come per molti altri ex-resistenti – nella lotta del popolo algerino per la sua indipendenza, una causa a cui si dedica quasi a tempo pieno tra la fine degli anni ’50 e i primi ’60 (lavorando, tra le altre cose a un volume di Lettere della Rivoluzione algerina basato, ancora una volta, su documenti scritti in prima persona dagli stessi protagonisti). La convinzione che la Resistenza continua ovunque sopravvivano «oppressi ed oppressori» lo trasforma – anche grazie all’incontro con Frantz Fanon – in uno dei più importanti militanti anticolonialisti italiani, un impegno che dalla Rivoluzione d’Algeria arriva al cuore dei movimenti di decolonizzazione degli anni ’60 e a un “terzomondismo” via via più convinto del legame inscindibile tra lotte di liberazione anticoloniale e lotte operaie. Un approccio che dà forma anche al lavoro editoriale delle Edizioni Avanti! (e, dal 1964, a quello delle ormai autonome Edizioni del Gallo) di Gianni Bosio, che pubblicano in quegli anni numerosi testi di storia e memorialistica della Resistenza e della Seconda guerra mondiale (alcuni dei quali, come quelli dedicati alle stragi di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, anticipano temi in seguito centrali nel dibattito storiografico), ma anche volumi attenti a quanto si muove tra le resistenze del mondo presente, a cominciare proprio dall’Algeria, con il volume Algeria anno 7 di Mario Giovana (su questo si veda il prezioso studio di Paolo Mencarelli, Libro e mondo popolare. Le Edizioni Avanti! di Gianni Bosio 1953-1964, Biblion Edizioni, Milano 2011). È in questo contesto che va inserito il disco Arrendersi o perire, che – come scrive Pirelli a Luigi Nono (20 novembre 1964) – rifiutando «ogni impostazione celebrativa o apologetica» e affidandosi a «una nuda cronaca – registrazione di eventi, disposti in ordine cronologico – di fatti, i quali di per sé dovrebbero esprimere o suggerire le implicazioni, a vari livelli», fornisce della Resistenza un lettura politicamente orientata a valorizzarne il contenuto di classe. Ricorrendo a un montaggio a un primo ascolto semplice e piano – “realista”, come lo definisce lui stesso – Pirelli compie un’operazione che Nono giudicherà talmente interessante da spingerlo a richiedere la sua collaborazione per un futuro lavoro teatrale (A floresta é jovem e cheja de vida, 1966): la costruzione di una narrazione cronologica degli eventi grazie all’alternarsi della voce di alcuni speaker e di importanti protagonisti del tempo (da Lelio Basso a Nuto Revelli, da Ada Marchesini Gobetti a Luigi Longo, da Pietro Secchia Walter Audisio, da Sandro Pertini a Ferruccio Parri). Scopo dichiarato è quello di ricostuire «una cronologia delle giornate insurrezionali […] come se registrassimo i fatti mentre stanno accadendo, di farla dire da chi, mentre i fatti accadevano, non stava alla finestra». Una cronaca, tuttavia, tutt’altro che neutrale, come dimostra la scelta di aprire il disco con la lettura di una circolare di Rodolfo Morandi che fa esplicitamente riferimento al «diritto al potere della classe lavoratrice»: «l’insurrezione popolare – scandisce lo speaker – non è e non può essere in questo momento la rivoluzione, ma se non può direttamente da essa scaturire il nuovo ordine socialista, essa deve costituire un atto dietro il quale non si torna e non si può tornare». È d’altra parte lo stesso Pirelli, nella breve presentazione del disco – che trovate sulla copertina del disco sul nostro sito – a rivendicare il significato partigiano di questo lavoro, immaginato dal collettivo delle Edizioni del Gallo quale strumento per scardinare la rassicurante narrazione pubblica della lotta di Liberazione quale «episodio della storia d’Italia, la continuazione del nostro glorioso Risorgimento». Un’operazione che ha il fine dichiarato di ricondurre la Resistenza al suo significato originario, senza dimenticare – poco meno di trent’anni prima del celebre saggio di Claudio Pavone Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (1991), come ha notato molto opportunamente Cesare Bermani (Giovanni Pirelli un autentico rivoluzionario, Centro di Documentazione Editrice, Pistoia 2011) – quegli aspetti di guerra civile e di guerra di classe che le commemorazioni ufficiali hanno col tempo annacquato in un ricordo scolorito e monocorde, come denuncia, in quello stesso 1965, Ivan Della Mea in una delle sue canzoni più celebri, Nove maggio (E nei giorni della lotta / rosso era il mio colore / ma nell’ora del ricordo / oggi porto un tricolore // Tricolore è la piazza / tricolori i partigiani / “Siamo tutti italiani” / “Viva viva la nuova unità” […] . Ieri ho fatto la guerra / contro il fascio e l’invasore / oggi lotto contro il padrone / per la stessa libertà // E se vi va bene il liberale / con Andreotti e il tricolore / io vi dico “Siete fottuti / vi siete fatti incastrar”). Un segno della serietà e dell’impegno con il quale Pirelli conduce questo lavoro – nell’importante occasione del ventennale di una lotta a cui ha preso parte in prima persona, seppure per pochi mesi, come commissario politico della 90° Brigata Garibaldi “Zampiero” – si trova ancora una volta nella lettera con cui si rivolge a Luigi Nono per un consiglio sull’opportunità di montare i testi prescelti con rumori, musiche e canti: «Non so se avrai tempo e voglia di rispondere al quesito che – temo malamente – ti ho posto. In ogni caso so che non sei insensibile al mio impegno di pormi, per qualcosa che è destinato alle case del popolo, gli stessi quesiti che mi porrei se questa cosa fosse destinata alla Fenice».
Una testimonianza sintetica ma significativa del modo in cui gli uomini e le donne delle Edizioni Avanti!-Del Gallo-Bella Ciao, dei Dischi del Sole, del Nuovo Canzoniere Italiano e dell’Istituto Ernesto de Martino hanno inteso – e intendono – l’organizzazione del lavoro culturale: perché fare cultura è davvero fare politica.

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Canzone di marzo (i giorni del coronavirus)

Marco Chiavistrelli, operaio e cantautore pisano, scrive canzoni di protesta e impegno civile dal 1973.
Nel 2002 un suo brano è stato inserito nel cd collettivo Piazza Carlo Giuliani ragazzo.
Le sue canzoni parlano dell’ambiente e in particolare della salute in fabbrica, delle disuguaglianze sociali ed economiche, del razzismo; è un compagno di strada che incontri alle manifestazioni e, spesso, alle iniziative dell’Istituto de Martino a Sesto Fiorentino e a Firenze.
Marco non poteva fare a meno di esprimere i suoi sentimenti e le sue emozioni di questi giorni.

Canzone di marzo (i giorni del coronavirus)

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